Stavolta è finita. Dopo quattro anni e mezzo la Juve e Dusan Vlahovic si salutano. Con reciproca soddisfazione, almeno apparente. Perché alla Continassa sono sicuri di essersi fermati in tempo prima di mettere a segno un rinnovo che sarebbe diventato un bagno di sangue. Allo stesso tempo, il giocatore è convinto di cadere in piedi con qualsiasi soluzione. Tutti felici e contenti, dunque. O forse no. Le recenti frizioni, al di là del fatto che il nodo Vlahovic abbia riguardato tre dirigenze diverse, sono nate l’estate scorsa. Quando Damien Comolli approda a Torino, non usa molti giri di parole nel primo incontro con l’entourage del giocatore: emerge subito il consiglio spassionato di trovare una sistemazione a poco meno di un anno dalla scadenza. Per non oscurare il grande colpo Jonathan David. Dusan la pensa diversamente: si impunta e resta. Un muro contro muro che porta i tifosi a schierarsi con la società, basti ricordare i copiosi fischi d’agosto durante l’amichevole Juve A-Juve B. Tudor inizialmente si adegua ai pensieri dirigenziali. Prima, però, di spazientirsi di fronte ai flop di David e Openda, in un avvio di stagione in cui Vlahovic quando entra segna spessissimo.
Vlahovic, dall'intesa con Spalletti alla fine di tutto
Di rinnovo non si parla, ma Dusan spinge in tutti i modi per farsi notare, per far sì che l’ingaggio da 12 milioni netti per il suo ultimo anno di contratto possa essere giustificabile. Alla Juve, però, le cose iniziano a prendere una brutta piega. L’arrivo di Luciano Spalletti, a cui viene data carta bianca sulla formazione e su ogni singola scelta, riporta DV9 al centro del progetto. Da fine ottobre a fine novembre, l’intesa tra la punta e l’allenatore decolla. Prima della lesione di alto grado della giunzione muscolo-tendinea dell’adduttore lungo sinistro: tre mesi di stop.
