TORINO - Poco più di due settimane fa, nella tavola rotonda appositamente convocata, Damien Comolli parlava così: «Come amministratore delegato, sento che un ciclo da tre a cinque anni sia l’ideale per fare una valutazione del lavoro di un Ceo, per esprimere un giudizio. Poi certo ci vogliono i risultati». Ecco, Comolli non solo non ha avuto tre o cinque anni per operare, ma addirittura ne ha avuto a disposizione uno solo: da giugno 2025 a queste ultime, convulse ore, è durato meno di Cristiano Giuntoli, che pur aveva un contratto quinquennale ma è rimasto in sella per appena due stagioni. Comunque più del dirigente francese, in una girandola di scrivanie che ben fotografa questi anni di instabilità all’interno del club bianconero. I tifosi si ritrovano dunque a commentare l’ennesimo “anno zero”: dopo aver fallito l’obiettivo minimo, la qualificazione in Champions League, la Juve si ritrova ad affrontare un’altra rivoluzione dolorosa, alla continua ricerca di una formula magica che resta, per ora, un miraggio.
Instabilità dirigenziale alla Juve: una rivoluzione continua
Da quando è finita l’era Andrea Agnelli, la proprietà ha provato a modificare continuamente i fattori e i risultati non sono cambiati: manca la continuità in queste porte perennemente girevoli alla Continassa. E un progetto divora l’altro, senza apparente soluzione di continuità: la scelta manageriale da sapore internazionale di Comolli sembrava lanciata verso una visione di alto livello calcistico ad ampio respiro e invece si è rivelata una nuova, ennesima scelta abiurata prima del tempo. Si parla di programmazione dirigenziale, ma anche tecnica: a ogni livello, un ribaltone via l’altro.
Maurizio Scanavino era stato individuato, a cavallo tra fine 2022 e inizio 2023, come l’uomo forte chiamato a guidare la transizione dalla gestione Agnelli al rinnovato consiglio di amministrazione, con Gianluca Ferrero presidente: Scanavino è rimasto in bianconero in un ruolo dirigenziale di rilievo di fatto per tre anni, fino alla naturale scadenza del mandato, ma in concreto aveva perso negli ultimi mesi un po’ di peso nelle decisioni e nelle gerarchie bianconere, proprio a favore di quel Comolli arrivato a giugno dell’anno scorso inizialmente con il ruolo di direttore generale e poi a novembre ufficialmente nominato ad.