L’Italia si divide in tre. Chi lo sa da sempre. Chi lo sa ma non lo vuole dire. Chi lo sa e non lo ammetterà mai. Nessuno, infatti, può sostenere che gli scudetti 2005 e 2006 non siano stati vinti meritatamente sul campo dalla Juventus e che nessun aiuto arbitrale abbia alterato quei tornei, come, peraltro, si legge chiaramente nella sentenza di primo grado del processo penale scritta della giudice Casoria (e le sentenze, mi è stato spesso spiegato con il ditino puntato, si rispettano). Poi si possono avere tutte le opinioni che si vogliono su Moggi, sul sistema (teoria che ha traballato parecchio in aula, ma vabbè), sul fatto che fosse tutto uno schifo, che tutti (proprio tutti, tranne il Toro) telefonassero ai designatori; si può pensare che radiare Moggi fosse giusto oppure che lui abbia pagato per tutti (o per nulla). Si può pensare tutto, è lecito. Ma sostenere che quei due scudetti non sono stati meritati da una squadra nella quale c’erano nove giocatori che hanno partecipato alla finale di Berlino 2006, più Nedved e Ibrahimovic, è veramente difficile.
Calciopoli, una terra di mezzo
Poi, per carità, si può fare anche quello. Ieri nel podcast di Ivan Zazzaroni, Franco Carraro ha rivisitato l’estate del 2006 rimettendo a posto alcuni pezzi. Lui c’era, era presidente federale e ha raccontato la sua versione dei fatti. Lui appartiene alla prima categoria e, come molte persone di calcio, non può negare la forza di quella squadra. Detto ciò, a vent’anni di distanza, Calciopoli è ancora troppo vicina per essere storia, anche se è abbastanza lontana da non essere più cronaca drogata da intercettazioni tagliate ad arte. È una terra di mezzo che ancora divide e ancora dividerà. La dovranno raccontare tra altri vent’anni, leggendo le carte e guardando tutto con grande freddezza.
