© LAPRESSEOggi pomeriggio, la Juventus e il suo popolo si ritroveranno per il più tradizionale dei loro appuntamenti estivi, accompagnati da un disperato bisogno di riallacciare il passato con il presente. La sfida in famiglia allo Stadium, la Villar Perosa del terzo millennio, segna quel momento dell’estate in cui i tifosi abbracciano la squadra: sempre e comunque, chiunque ne vesta la maglia, perché in realtà i tifosi stanno abbracciando loro stessi e il loro club, nel più sacro dei riti laici della fede bianconera. Anche se non è più a Villar Perosa, la Betlemme juventina, l’amichevole tra la prima e la seconda squadra rimane il fulcro emotivo dell’estate per i tifosi che, anzi, allo Stadium possono essere dieci volte tanto rispetto al campetto in Val Chisone: meno poesia forse, più partecipazione certamente. Oggi è festa, dunque, e passerella per i nuovi, intravisti nelle precedenti amichevoli: test emotivo più che tecnico, dato il valore della partita e il fatto che difficilmente durerà più di un’oretta. Oggi è festa, quindi, occasione per ritrovarsi e fare colletta delle speranze. È una strana estate, c’è fiducia intorno alla nuova dirigenza, ma c’è la sensazione che la rosa sia incompleta.
Le ultime cinque stagioni e, soprattutto, le ultime tre estati di acquisti, deragliati già nei primi mesi della stagione, hanno infiltrato nel popolo bianconero quel tipo di pessimismo che funge da vaccino contro le delusioni, quel disincanto per rimpicciolire le attese. Ma non le aspettative, perché la Juve è sempre la Juve e i tifosi sono i primi a saperlo. Anzi, in certi momenti sembrano essere anche gli unici. Nella lunga storia della Juventus, ci sono state altre fasi grigie, più o meno lunghe rispetto a quella in corso; pochi momenti, tuttavia, sono stati più difficili per il contesto e per la pendenza della salita da scalare per tornare al proprio posto. Ci sono stati tanti errori, alcuni gravi e molti gravissimi, così che le scelte sbagliate si sono stratificate e i problemi si sono incrostati nel profondo. Se Calciopoli aveva inferto al club una mazzata potenzialmente esiziale, l’orgogliosa e immortale fedeltà di un gruppo di giocatori aveva consentito di tenere accesa la fiamma dell’anima juventina. Del Piero, Buffon, Nedved, Camoranesi, Trezeguet e il giovane Chiellini avevano, infatti, conservato l’idea ed erano riusciti a trasferirla alle generazioni successive. Il colpo subito non aveva strappato quel filo sul quale correvano valori, ideali, comportamenti, spirito: fattori importanti come un grande acquisto e, soprattutto, indispensabili per fare crescere una grande squadra.
