Juve, l'insegnamento della storia
Negli ultimi cinque anni, la Juve non ha solo progressivamente perso i campioni del grande ciclo dei nove scudetti, senza riuscire a sostituirli in modo adeguato, ma ha sfilacciato fino a renderlo sottile, forse troppo sottile, quel filo con cui si era tramandata la juventinità nei trent’anni precedenti. Da quando, cioè, la Juventus di Umberto Agnelli, Giraudo, Moggi e Lippi aveva riacceso la fiamma dopo anni sofferti. Attenzione, però, quando nel 1994-95, la Juventus rivinse lo scudetto dopo nove anni di digiuno, la squadra era stata arricchita di Paulo Sousa, Didier Deschamps, Ciro Ferrara e Alessio Tacchinardi: tre campioni e una giovane promessa. Il resto, da Del Piero a Torricelli, da Peruzzi a Ravanelli, da Conte a Vialli era frutto delle campagne acquisti che aveva portato avanti Boniperti nei tre anni precedenti. Insomma, se la storia può e deve insegnare qualcosa in una giornata che, con la storia, ha molto a che fare, è che le squadre vincenti, quelle dei grandi cicli, nascono un pezzo per volta, anche in stagioni poco esaltanti.
Sono altri tempi e sono altri i soldi che si possono spendere: Boniperti poteva svenarsi per prendere Vialli, Carnevali fa i salti mortali per Kolo Muani, ma prima di farsi prendere dalla malinconia di certi improponibili paragoni, la Juventus e il suo popolo devono assolutamente preoccuparsi di riallacciare quel filo, di far scorrere nuovamente la juventinità allo Stadium, nella speranza che la squadra ne assorba un poco, in una sorta di osmosi emotiva. I giocatori che c’erano l’anno scorso e che, in certi momenti, hanno tradito quello spirito (salvo poi citarlo nelle interviste...), si facciano un profondo esame di coscienza alla vigilia di una nuova stagione in cui, al di là del risultato finale, hanno l’obbligo di onorare la maglia di fare la Juve. L’abbraccio di oggi sarà un gesto d’amore, senza dubbio, ma anche una specie di monito.
