I paradossi, gli esuberi e i carri

Juve e Milan si dimostrano inferiori a Inter e Roma, la strada è giusta, ma lunghissima

La Juve non meritava di perdere e, nel complesso, anche il pareggio non misura in modo rigoroso quanto è stato espresso in campo dai bianconeri rispetto al Milan, ma stiamo parlando di pochino contro pochissimo. E, se proprio si vuole misurare qualcosa, Carnevali, Spalletti e limitrofi, potrebbero calcolare se è valsa veramente la pena spendere cinquanta milioni per comprare Kolo Muani per finire con Gatti, schierato centravanti, negli ultimi dieci minuti. Il calcio sa essere paradossale e tre partite sono insufficienti a elaborare tesi abbastanza robuste o anche solo per abbozzare ragionamenti di sintesi che reggano almeno un altro paio di giornate. Tuttavia, i quattro gol segnati dalla Juve (sei meno della Roma, quattro meno dell’Inter, tre meno del Como), sono stati segnati da Bremer, Nico Gonzalez, Koopmeiners e Gatti. Nella lista, non compaiono attaccanti, ci sono due difensori e tre esuberi, che la dirigenza ha provato a sbolognare ovunque senza successo. Oggi i tifosi ringraziano quelle trattative andate storte e si godono i gol di quelli che non ci sarebbero dovuti essere. Buffo, no? Il Milan non è messo molto meglio, visto che pure Alphadjo Cissé era una pedina da prestito o monetizzazione (finora due gol decisivi), mentre per Gonçalo Ramos (ieri nessun segno di vita) sono stati spesi 74 milioni.

Questione di coraggio

Pur avendo migliorato lo scempio calcistico delle sfide dell’anno scorso, Juve-Milan non ha riconciliato con il calcio come avevano fatto, ventiquattro ore prima, Inter-Napoli e Roma-Atalanta. Questione di coraggio più che di linea Orsato, perché Juve e Milan sembravano terrorizzate dal perderla, questa partita, che ambizione di vincerla. La qualità dei giocatori in campo non ovunque all’altezza ha fatto il resto. Ma ora, che nessuna delle due l’ha persa, cosa rimane a Juve e Milan, oltre che il punticino? La sensazione di essere ancora in costruzione, vero. Ma pure quella che, al termine dei lavori, non verrà fuori una basilica del calcio, ma - se tutto fila liscio - una villetta con giardino. Che, di per sé, sarebbe già un ottimo risultato, se le rispettive piazze fossero meno esauste e frustrate da stagioni mediocri e con la pazienza in riserva, quindi poco propense ad aspettare anni e non mesi per rivedere le stelle. E proprio il patto fra il club e il suo popolo è uno dei punti più delicati per Juve e Milan, società che hanno investito molto sul mercato, senza riuscire a tappare tutti i buchi della rosa e rimanendo un passo indietro rispetto a Inter e Roma (e chissà se solo quelle due). È presto, comunque. Bisogna stare calmi con i giudizi che, nelle prime cinque/sei giornate troppo spesso vanno a zig zag. E ha sicuramente ragione Spalletti a difendere Kolo Muani, guidando orgoglioso il suo carro. Certo, prima di perdere il pallone da cui è, poi, nato il gol del Milan, Kolo Muani ne aveva persi altri undici. E se il pestone di De Winter avrebbe meritato altra decisione arbitrale, resta l’immagine di un giocatore smarrito e, forse, anche un po’ impaurito. Giusto difenderlo a spada tratta, forse sarebbe stato giusto anche toglierlo dieci minuti prima, proprio per preservarlo. È dura risalire, è frustrante ritrovarsi poco distanti rispetto a un anno fa. Juve e Milan escono dal campo litigando, forse anche per questa brutta sensazione che la strada, anche se è quella buona, resta lunghissima.

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