Crisi di fede ed esami di coscienza
È questo che mette in crisi la fede, che fa spegnere i televisori, che immalinconisce l’umore: si può perdere, ma non così, senza orgoglio e coraggio. E non parliamo della volgare violenza verbale dei social network, dove spurga il peggio dell’umanità, coperta dall’anonimato; parliamo della maggioranza silenziosa che non si capacita di come la propria passione sempre più spesso si trasformi in umiliante soff erenza; persone che non chiedono la testa dell’allenatore alla fine del primo tempo della prima partita, ma tifosi che non si cura del nome del tecnico, ma pretende di vedere la Juve che fa la Juve, anche quando perde, evitando di sbriciolarsi senza onore. Negli ultimi cinque anni, zavorra di malumori e delusioni, le sconfi tte peggiori non sono quelle contro squadre oggettivamente più forti, ma quelle contro chi poteva essere battuto, ma è stato affrontato mollemente, distrattamente, paurosamente. Le crisi di panico che, solo per rimanere all’anno scorso, sono costate il quarto posto contro il Verona e la Fiorentina, squadre chiaramente e indiscutibilmente inferiori, ma davanti alle quali i giocatori bianconeri sono rimasti immobili e terrorizzati, incapaci di reagire alla prima difficoltà. Certo, non hanno avuto un Evra, un Chiellini, un Buffon che hanno insegnato loro i principi base, che li hanno scossi con un urlaccio durante la partita, che li hanno metaforicamente presi per un orecchio e costretti a scacciare i fantasmi. Lo smantellamento progressivo della squadra del ciclo dei nove scudetti, senza che un solido passaggio di testimone ne garantisse la conservazione dell’eredità è il peccato originale del club negli ultimi anni. Si possono sbagliare i calciatori e, in qualche modo, si può rimediare, ma se si sbagliano sistematicamente gli uomini, poi diventa più complessa, lunga e dispendiosa qualsiasi tipo di ricostruzione. Anche perché senza qualcuno in cui identificarsi, senza qualcuno che dia la sensazione che, comunque, anche nelle stagioni storte c’è una fiamma che tiene vivo lo spirito, si rischia di perdere qualcosa di più prezioso di qualsiasi trofeo: l’amore e l’attenzione dei tifosi. A questo esame di coscienza è chiamata la Juve di oggi, mentre Spalletti ne ribalta lo schieramento tattico alla ricerca di maggiore equilibrio, chi la rappresenta in campo deve rispondere moralmente a otto milioni di persone che investono i loro sentimenti nelle loro prestazioni e meritano più rispetto.
