Il derby dei circoli napoletani

RYCC Savoia e CRV Italia due sodalizi sulla stessa banchina, con una storica rivalità, scherzosa ma non troppo, ora elevata a livelli mondiali

di Emanuela di Mundodi Emanuela di Mundo

Pubblicato il 23.09.2026, 18:12

14 min

Il Circolo del Remo e della Vela Italia apre le porte al Team Luna Rossa

C’è un dettaglio che sfugge ai distratti ma non a chi segue con occhio clinico la macchina organizzativa della 38ª America’s Cup: sulle vele di Luna Rossa, accanto ai colori Prada, sventolerà il guidone del Circolo del Remo e della Vela Italia. Un simbolo piccolo, quasi un francobollo, che racconta però una storia grande: quella di un circolo che ha scelto di non guardare la regata più antica dello sport dalla riva, ma di entrarci dentro, letteralmente, con la nazionale della vela. Ne abbiamo parlato con il presidente Roberto Mottola di Amato, che ci riceve nella sede storica affacciata sul golfo, con lo sguardo di chi ha visto nascere un cantiere dal nulla e stenta ancora a crederci fino in fondo.

Presidente, partiamo dal principio: cosa significa oggi vedere il proprio guidone su Luna Rossa?

«Significa che il lavoro di questi mesi ha un senso. Non è una medaglia da appendere al muro, è una responsabilità. Quando issi il tuo simbolo su una barca che corre per la Coppa America, ci metti la faccia. E noi ce la mettiamo volentieri. L’accordo tra CRVItalia e Luna Rossa è di quelli pesanti ma non sbandierati, come si usa in casa Prada e in casa nostra: alla fine a parlare devono essere le regate, lo sport, non i proclami».

E il coinvolgimento dei soci, in tutto questo?

«Enorme. Un misto di orgoglio e passione che si respira ovunque, persino a tavola: abbiamo inserito nel menu la pasta Luna Rossa e, al momento va per la maggiore. Se non è integrazione questa. C’è chi si presenta al circolo con la maglietta del team addosso anche solo per prendere un caffè, e sinceramente ci piace così».

Ci racconta cosa ha visto crescere, giorno dopo giorno, sotto casa vostra?

«Hanno buttato giù gli scogli e ricostruito tutto da zero: un lavoro incredibile. Ogni tanto salivo sulla collina, mi affacciavo, e vedevo un pezzo di costa cambiare faccia in poche settimane. Chi conosce quella zona sa che non era un cantiere semplice, eppure lì, giorno dopo giorno, è nata la base. Vedere un’area abbandonata trasformarsi in un avamposto della vela che conta è stato, senza retorica, uno spettacolo. Certe mattine mi fermavo lì più del dovuto, dimenticandomi degli impegni, solo per guardare le gru muoversi sull’acqua».

E dentro al circolo, cosa succede intanto?

«Ci sono persone che lavorano dentro tutti i giorni. Il nostro ex presidente del comitato di quinta zona, l’ingegnere Francesco Lo Schiavo, segue da vicino ogni fase. Con lui a bordo, per così dire, ci sentiamo più tranquilli anche quando le cose sembrano complicarsi: conosce il territorio, la burocrazia e il mare di Napoli come le proprie tasche».

Cosa farà concretamente il CRV Italia per Luna Rossa, oltre al simbolo sulle vele?

«Il nostro compito è fare da ponte tra il team e la città. Mettiamo a disposizione competenze, struttura, conoscenza del territorio. Non pretendiamo di insegnare a nessuno come si vince l’America’s Cup, quello lo sanno fare benissimo da soli: possiamo però essere gli occhi e le mani sul posto, quelli che aprono le porte giuste ed evitano intoppi inutili. In un evento così, spesso la differenza la fa chi conosce le pieghe nascoste di una città, i tempi giusti, le persone da chiamare quando qualcosa si inceppa».

C’è chi teme che una vetrina tanto grande finisca per travolge re la vita quotidiana del circolo.

«Capisco il timore, ma è vero il contrario: i soci saranno tra i primi a beneficiarne. Stiamo pensando a iniziative dedicate, occasioni per vivere l’evento da dentro e non solo da spettatori in tribuna. Chi è socio da vent’anni merita di sentirsi protagonista, non comparsa: non vogliamo un circolo che si guarda allo specchio mentre il mondo passa fuori dalla finestra, ma uno che il mondo se lo fa entrare in casa».

Parliamo di giovani: cosa resterà quando le barche saranno ripartite?

«Qui sta il punto che mi sta più a cuore. Le Coppe passano, i cantieri si smontano, ma i ragazzi che oggi vedono una barca volante a due passi da casa non dimenticheranno più quello spettacolo. Abbiamo già organizzato un incontro alle nove di mattina tra i ragazzi delle scuole e il team, prima dell’uscita di Luna Rossa per l’allenamento: entusiasmo alle stelle, e i più piccoli sono stati i più spontanei, curiosissimi di sapere tutto su queste barche che volano sull’acqua. Non a caso tra i nostri atleti c’è Federico Figlia di Granara, oggi nel team giovanile di Luna Rossa. La passione per la vela qui è nata con Azzurra, cresciuta con il Moro di Venezia e coltivata da trent’anni con Luna Rossa. La Coppa a Napoli avrà un effetto amplificatore enorme, soprattutto sulle nuove leve che ormai sognano solo foil, e noi vogliamo essere pronti ad accoglierle con corsi veri, non semplici vetrine promozionali».

Da napoletano prima ancora che da presidente: cosa può dare davvero questa Coppa alla città?

«Napoli ha un rapporto complicato con la propria bellezza: a volte la ignora, a volte la subisce, raramente la valorizza fino in fondo. Questa è un’occasione più unica che rara. Non parlo solo di indotto economico, che pure ci sarà ed è benvenuto, ma di identità: il Golfo tornerà a essere raccontato per quello che è, uno dei posti più belli al mondo dove far scivolare una barca sull’acqua. Se sapremo essere all’altezza, e credo di sì, Napoli non ospiterà semplicemente la Coppa America: se la prenderà sulle spalle, come fa sempre con le cose grandi, con quella miscela di orgoglio e caos organizzato che solo qui funziona davvero. Attirerà tanta gente, un po’ come succede oggi col tennis da quando c’è Sinner: tutti vogliono venire, non so bene dove li metteremo, ma per la Coppa un posto lo troveremo per tutti».

Un’ultima battuta: quando sale sulla collina a guardare il cantiere, cosa pensa?

«Penso che siamo stati fortunati a essere qui, in questo momento. E che, se un giorno mi chiederanno cosa ho fatto per questa città, potrò rispondere di aver contribuito, insieme a tante persone perbene, a ripulire una grande area abbandonata, spostare qualche scoglio, per far spazio al futuro. Non è un cattivo bilancio, e per uno che è cresciuto guardando il mare da quella stessa collina, è persino un piccolo modo di restituire qualcosa».

Al Savoia la base del Team New Zealand nel segno dell’ospitalità partenopea

Da dove nasce l’accordo tra il Reale Yacht Club Canottieri Savoia ed Emirates Team New Zealand?

«Tutto nasce da Pippo Dalla Vecchia, storico presidente che ha ripristinato il titolo di “Reale” nel nome del sodalizio e, con l’occasione, ha stretto rapporti con tutti i circoli nel mondo fregiati dello stesso appellativo. Tra questi spicca il Royal New Zealand Yacht Squadron».

Visto il gemellaggio già esistente, è stato naturale ospitare non solo Matteo De Nora e Grant Dalton, ma l’intero team neozelandese, famiglie degli equipaggi comprese. Che cosa ha significato in concreto ospitare tutti loro?

«Il Savoia ha messo a disposizione tutti i servizi immaginabili, dalla palestra all’accoglienza sulla terrazza, dall’aperitivo alla cena, dal pranzo alla colazione, fino alla stanza per i meeting operativi. Senza dimenticare lo spazio necessario per consentire l’approdo e l’imbarco di velisti e tecnici. Ben più di cento persone, con il consenso entusiasta dei soci, sempre estremamente disponibili. Per il team abbiamo anche abdicato a certi codici di abbigliamento, per amicizia e simpatia verso i nostri amici. D’altra parte, salgono e scendono da queste barche, i loro gommoni vanno e vengono continuamente: non si può pretendere la cravatta dalle 17, come in uso abituale».

C’è una domanda che non si può evitare: quanto dello spirito napoletano c’è nei foil con Napoli in campo azzurro, rubata al calcio?

«Questa è stata un’idea molto divertente, venuta proprio ai neozelandesi. Erano a Napoli durante le celebrazioni per lo scudetto. Si sono innamorati di questa festa enorme su via Caracciolo, con milioni di persone, e hanno esclamato: “Che emozione, la Coppa America la vogliamo fare qui”. I neozelandesi hanno quindi assorbito velocemente un po’ di spirito partenopeo».

È stato utile anche per distogliere un po’ di tifo da Luna Rossa?

«Forse. Ma queste persone del team della Nuova Zelanda sono molto semplici. Non hanno atteggiamenti spocchiosi, tipici di quasi tutti gli altri team, pur essendo grandi campioni della vela. Quello della superiorità non è un atteggiamento presente nel team della Nuova Zelanda, dove nessuno si sente il super campione. Sono persone alla mano, simpatiche, genuine e disponibili».

In che modo il Savoia diventa un punto privilegiato per soci e ospiti che desiderano respirare l’atmosfera dell’America’s Cup?

«Il circolo mette a disposizione il salotto e la terrazza sul mare, oltre a un grande gommone e un’imbarcazione. I soci e i loro ospiti hanno a disposizione una barca con la bandierina rossa per accedere a una zona riservata e seguire le regate in acqua».

E gli eventi sociali durante le regate?

«Nei giorni delle regate la sede del Savoia ospiterà un evento del Consolato della Nuova Zelanda e il cocktail di benvenuto per il team neozelandese, mentre un maxischermo permetterà di seguire le sfide trasmesse in diretta da Sky. Anche il comitato di regata avrà i propri spazi in banchina: una stanza privata, un salotto riservato dove discutere le proteste e le fasi salienti della regata, oltre a svolgere il briefing operativo».

La Coppa può essere un acceleratore per riportare i ragazzi napoletani verso gli sport nautici e la vela?

«Il filo non si è mai spezzato. Eventi e campioni a Napoli ci sono sempre stati. In alcuni momenti sono più numerosi e conosciuti, e oggi Napoli può contare su Maria Luisa ‘Maia’ Silvestri, Andrea Tramontano e Maya, Mario Cangiano sull’ILCA 4, Ginevra Caracci, Raffaele Nugnes, Irene Cozzolino e molti altri giovani. Napoli non ha mai interrotto questo filo continuo: ogni anno emergono giovani campioni. Da tempi di Carlo Rolandi, cinque Olimpiadi dal 1948 al 1968, la città, insieme a Trieste e Genova, ha sempre prodotto i suoi protagonisti».

Che cosa può fare oggi la differenza rispetto al passato?

«La differenza, oggi, può farla proprio la platea. Se l’anno scorso, tra i 50-60 ragazzi dei vari circoli impegnati nella vela d’iniziazione, usciva il campioncino destinato magari ad arrivare ai vertici mondiali, con una platea più ampia aumenteranno anche le possibilità. L’obiettivo è vedere crescere dei piccoli Francesco De Angelis, Aldo Migliaccio, dei Vincenzo Onorato: pluricampioni e protagonisti di molte edizioni della Coppa America».

Napoli è sempre stata presente nella competizione: è cambiato anche lo sguardo della città su questo sport?

«Diciamo che è cambiato il vento anche nell’amministrazione comunale. È tutto un modo diverso di vedere la vela. Prima veniva vista come uno sport elitario. Grazie a una diversa visione, la vela ora viene vista come uno sport, se non di massa, sicuramente più accessibile».

Ci sono numeri concreti che raccontano questo cambiamento?

«A ottobre il Savoia ospiterà il Campionato Italiano delle Classi Olimpiche: Vuol dire 500 giovani nelle nostre acque, nelle diverse classi olimpiche. Tra l’altro ci sono ben due o tre classi paralimpiche, con campioni che si preparano anche per le Olimpiadi».

Guardando oltre lo sport, che numeri muove l’evento per la città?

«Insomma, la città si aspetta ben 1,8 milioni di turisti già nel 2027. Una cifra che fa tremare il sangue nelle vene, però ci riusciremo».

Napoli ha sempre avuto un legame speciale con la Auld Mug.

«La Coppa ha sempre parlato napoletano, ovunque si sia svolta: in Australia, a Barcellona, a Valencia, ad Auckland e a San Francisco. In ogni edizione c’è stata una bella colonia di napoletani. L’auspicio è che, dopo il successo dell’edizione napoletana, questa colonia possa raddoppiare, se non triplicare».

In caso di una finale fra New Zealand e Luna Rossa, anche se per ora si parla degli AC40, quale vessillo comparirà sul pennone dei segnali del Reale Yacht Club Canottieri Savoia durante le sfide?

«Quello di New Zealand. Ma il cuore poi batterà sempre e comunque per l’Italia»