Essere “l’uomo dei Mille” offre a Jannik Sinner un’insolita allure garibaldina che in parte contrasta con le prerogative del suo credo tennistico, fondato su programmazione e solide competenze, meno sull’assalto spavaldo e privo di calcoli. Ma forse spiega meglio di altre e più spericolate attribuzioni il momento che ha risolto una delle dispute sportive più equilibrate che mi sia mai capitato di osservare. La svolta della finale di Indian Wells è giunta con gli ultimi colpi della disputa, sette in tutto, che Sinner ha fatto suoi ribaltando il verdetto del secondo tie break, ormai favorevole a Medvedev, avanti 4-0. Lì il nostro Numero Due mi è parso lasciarsi andare a un sogno che aveva una sola possibilità di assumere contorni credibili, quello di trasformare il miraggio in realtà un punto alla volta, a patto di non smettere mai di sognare.
Arrivato con l'aura di ingiocabile...
Se il sogno a occhi aperti è una delle attività che accomuna la razza umana, ringrazio Sinner per aver dimostrato quanto sia umano vincere. Che poi è un po’ come discutere dell’altra faccia della luna, visto che la condizione umana, la stessa essenza dell’umanità, viene spesso collegata alla sconfitta. Perdere è umano. Ma anche vincere, argomenta Sinner con il suo esempio. Indian Wells, il sesto Mille vinto da JS sul cemento – il più giovane dei tre che vi siano riusciti – completa un dominio su questa superficie che non è riuscito nemmeno ad Alcaraz (e allo stesso Medvedev, che con la vittoria avrebbe anche lui completato la sestina). E ha il potere di cambiare i termini della disputa in atto al vertice del nostro sport. Alcaraz è giunto con l’aura di imbattibile, o quella di ingiocabile, fate voi, e ne è uscito schiantato dalla pressione cui l’ha sottoposto Medvedev. Avevo visto Sinner porre Alcaraz di fronte a simili dilemmi. A Wimbledon l’anno scorso. Nella finale del master torinese. Ma non credevo che il russo riuscisse a tanto.
