Quella differenza tra Sinner e Alcaraz
E si riproponesse poi in finale, meno di 24 ore dopo, con argomenti simili, al punto da trasformare la sfida per il trofeo in una battaglia psicologica estrema. Ha pareggiato con Sinner la sfida dei punti, pur commettendo non poche imprudenze (chiamatele pure strafalcioni) le volte che si è trovato a due passi dalla rete. E ha pareggiato anche la sfida mentale. Ma Jannik aveva un’arma in più, chissà se anche quella studiata a tavolino, come il servizio così tanto migliorato (e per tutto il torneo sopra l’80% di prime tradotte in punti), o le transizioni a rete. Quella di lasciarsi andare alla ventura, di chiudere gli occhi e farsi trasportare nella rimonta. E ha vinto una sfida che chissà che segno avrebbe preso nel terzo set. Ora Sinner è più vicino ad Alcaraz. Anche in classifica, perché sono 2150 i punti di ritardo laddove il torneo di Doha ne aveva segnati più di 3000 a favore dello spagnolo. Ma la vicinanza che trovo più incoraggiante per Sinner viene dai rispettivi stati d’animo. Non sarà felice Carlitos di essere stato abbattuto da Medvedev, quando si sentiva felice di svolazzare sui vortici di un vento favorevole. È una sconfitta che fa male, perché non calcolata e priva di appigli per incolpare la sorte. Dice di essere stanco che tutti, con lui, giochino alla Federer. È una frase buona per un titolo, ma non gioca a suo favore. Sinner avrebbe potuto dire lo stesso nelle sue 66 settimane di primato, ma non l’ha mai pronunciata. Piuttosto, Jannik si dà la colpa di aver giocato male a Doha, senza la necessaria carica.
