Pagina 2 | Sinner, Alcaraz è più vicino: la frase di Carlos che Jannik non ha mai pronunciato

Essere “l’uomo dei Mille” offre a Jannik Sinner un’insolita allure garibaldina che in parte contrasta con le prerogative del suo credo tennistico, fondato su programmazione e solide competenze, meno sull’assalto spavaldo e privo di calcoli. Ma forse spiega meglio di altre e più spericolate attribuzioni il momento che ha risolto una delle dispute sportive più equilibrate che mi sia mai capitato di osservare. La svolta della finale di Indian Wells è giunta con gli ultimi colpi della disputa, sette in tutto, che Sinner ha fatto suoi ribaltando il verdetto del secondo tie break, ormai favorevole a Medvedev, avanti 4-0. Lì il nostro Numero Due mi è parso lasciarsi andare a un sogno che aveva una sola possibilità di assumere contorni credibili, quello di trasformare il miraggio in realtà un punto alla volta, a patto di non smettere mai di sognare.

Arrivato con l'aura di ingiocabile...

Se il sogno a occhi aperti è una delle attività che accomuna la razza umana, ringrazio Sinner per aver dimostrato quanto sia umano vincere. Che poi è un po’ come discutere dell’altra faccia della luna, visto che la condizione umana, la stessa essenza dell’umanità, viene spesso collegata alla sconfitta. Perdere è umano. Ma anche vincere, argomenta Sinner con il suo esempio. Indian Wells, il sesto Mille vinto da JS sul cemento – il più giovane dei tre che vi siano riusciti – completa un dominio su questa superficie che non è riuscito nemmeno ad Alcaraz (e allo stesso Medvedev, che con la vittoria avrebbe anche lui completato la sestina). E ha il potere di cambiare i termini della disputa in atto al vertice del nostro sport. Alcaraz è giunto con l’aura di imbattibile, o quella di ingiocabile, fate voi, e ne è uscito schiantato dalla pressione cui l’ha sottoposto Medvedev. Avevo visto Sinner porre Alcaraz di fronte a simili dilemmi. A Wimbledon l’anno scorso. Nella finale del master torinese. Ma non credevo che il russo riuscisse a tanto.

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Quella differenza tra Sinner e Alcaraz

E si riproponesse poi in finale, meno di 24 ore dopo, con argomenti simili, al punto da trasformare la sfida per il trofeo in una battaglia psicologica estrema. Ha pareggiato con Sinner la sfida dei punti, pur commettendo non poche imprudenze (chiamatele pure strafalcioni) le volte che si è trovato a due passi dalla rete. E ha pareggiato anche la sfida mentale. Ma Jannik aveva un’arma in più, chissà se anche quella studiata a tavolino, come il servizio così tanto migliorato (e per tutto il torneo sopra l’80% di prime tradotte in punti), o le transizioni a rete. Quella di lasciarsi andare alla ventura, di chiudere gli occhi e farsi trasportare nella rimonta. E ha vinto una sfida che chissà che segno avrebbe preso nel terzo set. Ora Sinner è più vicino ad Alcaraz. Anche in classifica, perché sono 2150 i punti di ritardo laddove il torneo di Doha ne aveva segnati più di 3000 a favore dello spagnolo. Ma la vicinanza che trovo più incoraggiante per Sinner viene dai rispettivi stati d’animo. Non sarà felice Carlitos di essere stato abbattuto da Medvedev, quando si sentiva felice di svolazzare sui vortici di un vento favorevole. È una sconfitta che fa male, perché non calcolata e priva di appigli per incolpare la sorte. Dice di essere stanco che tutti, con lui, giochino alla Federer. È una frase buona per un titolo, ma non gioca a suo favore. Sinner avrebbe potuto dire lo stesso nelle sue 66 settimane di primato, ma non l’ha mai pronunciata. Piuttosto, Jannik si dà la colpa di aver giocato male a Doha, senza la necessaria carica.

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AAA cercasi terzo incomodo

Ma alla fine, è uscito dal cono d’ombra, senza nemmeno soffrire il caldo sopra i 33 gradi (“Non c’era umidità, e questo cambia le cose”, ha spiegato) del deserto intorno al Tennis Paradise. Non è tornato a vincere un torneo come tanti, ma quello che innalza lo stemma di quinto Slam. “È una vittoria che vuol dire molto. Mi rende felice. Ho scelto di venire qui prima, e ho avuto ragione. Mi sono sentito sempre pronto, preparato. E ho incontrato grandi tennisti. Bello rivedere Medvedev a questi livelli. Gioca un tennis tutto suo, davvero incredibile”, il canto di Sinner. Tra i compiti assolti da IW anche quello di dare un ritocco al settore “terzo incomodo”. Ne sono usciti bene Draper e Fonseca, meno Mensik, mentre Tien manca di peso specifico. Musetti rientrava dopo lunga assenza, e ha mantenuto la quinta piazza. Medvedev, di nuovo tra i primi 10, si annuncia come il tennista in grado di sparigliare le carte. E siamo già a Miami, altro mare, altri mille punti in palio. Qui Alcaraz e Sinner partono alla pari, lo spagnolo ne ha appena 10 da scartare. Per Jannik una vittoria (2024) e due finali. Sarebbe il suo torneo, ma c’era sempre arrivato con particolari voglie di riscatto. Può però ottenere il Sunshine Double. Ci sono riusciti in 7 (e 4 ragazze), Djokovic (assente, stavolta) 4 volte, Federer tre. Vedremo. La terra rossa è vicina, e lì ci sono opportunità migliori per Sinner. “Ma ho voglia di far bene anche a Miami”, annuncia spensierato. Non sempre il tennis deve essere frutto di ragionamenti. Sinner l’ha dimostrato.

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Quella differenza tra Sinner e Alcaraz

E si riproponesse poi in finale, meno di 24 ore dopo, con argomenti simili, al punto da trasformare la sfida per il trofeo in una battaglia psicologica estrema. Ha pareggiato con Sinner la sfida dei punti, pur commettendo non poche imprudenze (chiamatele pure strafalcioni) le volte che si è trovato a due passi dalla rete. E ha pareggiato anche la sfida mentale. Ma Jannik aveva un’arma in più, chissà se anche quella studiata a tavolino, come il servizio così tanto migliorato (e per tutto il torneo sopra l’80% di prime tradotte in punti), o le transizioni a rete. Quella di lasciarsi andare alla ventura, di chiudere gli occhi e farsi trasportare nella rimonta. E ha vinto una sfida che chissà che segno avrebbe preso nel terzo set. Ora Sinner è più vicino ad Alcaraz. Anche in classifica, perché sono 2150 i punti di ritardo laddove il torneo di Doha ne aveva segnati più di 3000 a favore dello spagnolo. Ma la vicinanza che trovo più incoraggiante per Sinner viene dai rispettivi stati d’animo. Non sarà felice Carlitos di essere stato abbattuto da Medvedev, quando si sentiva felice di svolazzare sui vortici di un vento favorevole. È una sconfitta che fa male, perché non calcolata e priva di appigli per incolpare la sorte. Dice di essere stanco che tutti, con lui, giochino alla Federer. È una frase buona per un titolo, ma non gioca a suo favore. Sinner avrebbe potuto dire lo stesso nelle sue 66 settimane di primato, ma non l’ha mai pronunciata. Piuttosto, Jannik si dà la colpa di aver giocato male a Doha, senza la necessaria carica.

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