Corentin Moutet s’accompagna da sé. Non s’è “comprato sta chitara, pe’ fa la vita meno amara”, ma un pianoforte. E suona brani «rap, ma non solo rap» (ne ha pubblicati otto in un EP), con l’identico proposito che ispirò Ettore Petrolini a scrivere la canzone resa celebre nel 1970 da Nino Manfredi. Forse la conosce anche lui, magari l’ha ascoltata e gli è piaciuta, perché esprime concetti che la filosofia corentiniana, o di Co, come lo chiamano gli amici, ha fatto propri: inutile prendersela, il segreto è godere delle piccole cose della vita. «Sognare alleggerisce il cuore…», dice spesso Co. Lui sogna una vita senza rotture di balle, ma ha scelto uno sport popolato da centinaia di persone che rompono. E sta per affrontare Jannik Sinner, che le palle (e le balle) le riduce in briciole.
Moutet e il suo tennis imprevedibile: il coach “Myself” e lo stile unico
Togliersi di torno i rompiballe, capirete, è la sua battaglia più strenua. Ma il fatto non riguarda Jannik per vie dirette. Moutet lo ammira molto, perché lo considera l’esatto opposto di sé. Di recente, nello spazio del sito web dell’Atp riservato ai coach, Corentin ha fatto scrivere che il suo allenatore e consigliere si chiama Myself. Mister Myself, ovviamente. Cioè “se stesso”, come tutti avete capito. Perché lui gioca a tennis come gli viene, e non si sa mai che cosa stia per fare. Del resto, non lo sa nemmeno lui. Gioca all’impronta. Magari è anche capace di mettere in piedi una partita secondo i dettami del manuale del perfetto tennista. Non credo l’abbia mai fatto, ma non mi stupirei. Non vorrebbe dire che Moutet è cambiato, ha messo la testa a posto, oppure è maturato, come di sicuro qualcuno sarebbe disposto a scrivere. Semplicemente, che quel giorno gli andava di giocare così. E quando ha chiesto un parere al coach, lui stesso si è risposto… «Fa’ come ti pare!». Sono curioso di sapere quale sarà la strada che gli estri gli indicheranno per affrontare il Numero Due alla ricerca della tredicesima vittoria consecutiva nei Masters 1000 e del venticinquesimo set, che lo porrebbe sopra Djokovic.
Le stranezze di Moutet: tra follia, talento ed episodi curiosi in campo
C’è chi gioca con le proprie stravaganze, chi le prende sul serio, chi le ritiene una maschera utile e chi non si accorge di quando la maschera prende il sopravvento, e diventa il tratto portante della propria indole. Corentin Moutet, che non ama definirsi “francese”, ma «cento per cento parigino», non ha mai deciso quale caratteristica debba avere la bizzarria che gli fa da serena compagna di giochi tennistici, ma a guardarlo, e a sentirlo ragionare, s’intuisce che sia ormai un’ospite fissa del suo tennis. La più gradita. C’è chi lo chiama “il folle”, mi chiedo se un giorno scopriremo che era il più saggio di tutti. Moutet è quello che durante il match con Djokovic a Roma 2024 ha dovuto rispondere al telefono che aveva dimenticato di “silenziare”, e non era nemmeno una chiamata, ma la sveglia. La cosa divertì molto il pubblico, un po’ anche Djokovic, assai meno il coach di allora, rimasto con un legittimo dubbio prima di essere allontanato: che senso ha mettere la sveglia quando sai che sarai in campo, a che cosa stava pensando Co quando l’ha fatto? L’unica risposta è “boh?”.
