Be british, siate Vialli

È stato il primo italiano a inserirsi nel mondo della Premier League e a comprenderne le immense potenzialità. Al Chelsea schierava i migliori "senza badare a nazionalità, credo, colore della pelle"

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Nicola RoggeroNicola Roggero

Pubblicato il 06.01.2024, 14:02

7 min

A parte qualche caso sporadico era stato il primo calciatore italiano a mettersi in gioco nella patria del pallone, in un rapporto con il football inglese paragonabile a quello di Mary Quant con la Swinging London. Se la giovane sarta gallese aveva tolto stoffa agli abiti per creare la minigonna, Vialli spiegava all’Italia del pallone che il futuro era Oltremanica, in anni in cui la Premier League, nata nel 1992, stava ancora costruendo la sua fama e i club di Sua Maestà pagavano il dazio della lunga esclusione dall’Europa per la tragedia dell’Heysel. Lo fece non soltanto con una scelta che anticipava quanto fatto poi da molti altri, ma inventandosi opinionista e commentatore televisivo, anche qui uno dei primi calciatori a farlo, in cui divulgava la bellezza degli stadi, il fascino della tradizione, il trasporto passionale del football d’oltremanica. Divulgare, prima ancora che spiegare, il verbo più corretto. Perché Vialli, uomo curioso di tutto, nella realtà londinese si era calato perfettamente. «Penso di essere inglese nella testa e nel sangue», spiegò in una delle prime interviste, lui presto in grado di esprimersi nella lingua di Shakespeare.

Aveva imparato a giocare a golf, a occhieggiare a sport tipicamente britannici come cricket, rugby e ippica dove un altro italiano, Frankie Dettori, era diventato il fantino preferito dalla Regina Elisabetta. Sempre a suo agio nei modi e nello stile, perfetto nell’abito elegante da manager della City come in maglietta e calzoncini, sembrava uscito dalla penna di Stevenson, una specie di Dottor Jekyll e Mister Hyde che sostituiva la nefandezza con il sorriso, apprendendo della sua terra adottiva anche l’ironia, esibita alla maniera degli attori da commedia brillante inglese: «Sono fortunato: faccio sport, sono in salute e… (pausa scenica) sono pure bellissimo», disse appena arrivato a Londra, accompagnando la battuta con una risata. Rise pure quando si presentò ai giocatori del Chelsea come nuovo player-manager: doveva fare un discorso da allenatore a coloro che fino al giorno prima erano stati i compagni di merende dello spogliatoio.

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