MILANO - C’era una volta Pafundi. «Prima lui, poi tutti gli altri», diceva Roberto Mancini quando era ct e il ragazzotto di anni ne aveva 17. Oppure Zaniolo, chiamato in Nazionale maggiore prima che esordisse in Serie A con la Roma dopo aver incantato con la Primavera dell’Inter (14 gol in 28 presenze). O Retegui, pescato in Argentina, nel Club Atlético Tigre, perché all’Italia serviva un centravanti. Tutto si può dire del Mancio, tranne che non abbia fiuto per il talento né il coraggio di rischiare. Il gusto del talent-scout non l’ha mai perso: il 29 maggio era a Monza per la finale playoff con il Catanzaro e - raccontano - sarebbe rimasto stregato da Mattia Liberali, talento incomprensibilmente mollato dal Milan e valorizzato in Calabria da Alberto Aquilani. E chissà che il ragazzo - qualora l’allenatore tornasse là dove ha detto di sognare, ovvero sulla panchina della Nazionale - non sia la prima “mancinata” del nuovo corso.
Obiettivo Mondiale 2030: Malagò punta il Mancio
Molto passerà dalle elezioni federali del 22 giugno anche se il nome di Mancini troverebbe consensi pure in ambienti governativi oltre che essere il candidato forte in caso di vittoria da parte di Giovanni Malagò. Il Mancio, rispetto ad Antonio Conte, ha due carte in più da giocarsi: in primis quella economica - accetterebbe un ingaggio a parametri federali, mentre quando Conte venne scelto come ct fu necessario l’intervento dello sponsor tecnico per garantire quanto chiedeva l’allenatore (al terzo Mondiale mancato, non è aria per extrabudget). Inoltre Mancini garantirebbe lo sviluppo di un piano quadriennale con vista sulla qualificazione al Mondiale 2030 mentre Conte - lo dice la sua storia da allenatore - difficilmente resta in un posto per più di un biennio. Garantisce però risultati sul corto periodo ma questo, almeno a latitudini azzurre, vale anche per Mancini che nella passerella al “Festival della Serie A” di Parma ha ricordato il record di partite senza sconfitta (37) tuttora imbattuto, impreziosito dall’impresa di Wembley nella finale dell’Europeo contro l’Inghilterra.
Italia, tutte le strade portano a Mancini
Mancini, tra l’altro, ripartirebbe dalla Nations League dove ha portato l’Italia per due volte alle final four. Vero è che rimangono pure il ko con la Macedonia del Nord che ci è costato il Mondiale (ma poi saremmo andati a giocarcelo in Portogallo: i rimpianti sono piuttosto nel girone per il pari casalingo con la Bulgaria e i due rigori sbagliati da Jorginho negli scontri diretti con la Svizzera) oltre che la “fuga” per firmare il contratto con l’Arabia Saudita. Ecco, ci fosse ancora Gravina presidente federale, Mancini non avrebbe avuto chance: troppo grave la ferita per essere ricomposta. Il fatto che Gravina sia stato messo alla porta dopo l’azzeramento seguito alla disfatta di Zenica, ha aperto la possibilità di questo clamoroso ritorno e oggi Mancini è saldamente in pole position rispetto agli altri papabili: Conte, la suggestione Guardiola e un’improbabile promozione di Silvio Baldini che con l’Under 21 avrà un’annata alquanto impegnativa perché, per riuscire a qualificarsi alle Olimpiadi 2028 (ai Giochi l’Italia manca da Pechino 2008, quando venne eliminata dal Belgio ai quarti con Giuseppe Rossi capocannoniere), occorrerà prima qualificarsi, poi arrivare nelle prime quattro agli Europei: mica semplice.
