Recentemente, ho scritto un libro autobiografico, che si intitola “La vita è rotonda”. Ho sfruttato al massimo un meccanismo mentale, che appartiene a ciascuno di noi, anche se, a volte, non ce ne rendiamo conto. Quando ricordiamo, in modo particolare, una partita di calcio, perché la squadra del cuore ha vinto, riusciamo a rammentare anche che cosa avevamo fatto quel giorno, con chi eravamo, dove eravamo, e persino chi eravamo. Quando giunge il derby di Torino, fermo restando che non ha più nulla a che fare con i derby di un tempo, a causa delle differenze economiche fra i club, e dalla ghettizzazione dei tifosi in trasferta, mi vengono in mente due situazioni, vissute prima, e dopo, avere cominciato a lavorare. Prima di avere cominciato, andavo allo Stadio Comunale in prossimità di quella metà degli Anni 70, che ha cambiato la storia del calcio cittadino, con Juve e Toro ai vertici della classifica. Non esistevano posti numerati, se non in tribuna, per cui era assolutamente impressionante la calca umana, che si viveva nei distinti centrali, nelle curve e nei parterre. Però, stavi vicino a chi volevi, e non a estranei. Sono convinto che, certe volte, si sia andati ben oltre i 65.000 posti della capienza ufficiale. Si stava appiccicati l’uno all’altro.
La lunga attesa sotto la Torre Maratona
Ciò, di cui non ci rendevamo conto, era come fosse possibile che, per tanto tempo, grazie a Dio, non si registrasse un incidente, visto che c’erano giovani, addirittura, aggrappati ai tabelloni pubblicitari, o ai pilastri dei riflettori. Per una tacita intesa, e questo lo scoprirò più tardi dalla tribuna, avendo i distinti centrali di fronte, le due tifoserie si dividevano, esattamente, a metà quel settore. Era come se esistesse una linea di demarcazione, in mezzo ai distinti centrali, fra bianconeri e granata: bianconeri schierati verso la Curva Filadelfia, e granata schierati verso la Curva Maratona. Tutto ciò era uno schiaffo alla sicurezza e alla comodità. Però, vissuto da un ragazzo come me, che aveva meno di vent’anni, era una goduria infinita. E più si arrivava prima allo Stadio, dandoci l’appuntamento sotto la mitica Torre Maratona, e più si toccava con mano lo spessore dell’attesa. Potevano essere anche tre ore prima, magari con gli ombrelli sotto la pioggia, come in una sterminata fungaia, ma quanto passavano in fretta i minuti, fantasticando tutti insieme su quello, che sarebbe avvenuto sul terreno di gioco!
