Quando era derby vero, anche a Tuttosport: Carlo Nesti rievoca gli epici Juve-Toro allo stadio e in redazione

Comunale gremito con tifosi aggrappati a riflettori e tabelloni e grandi giornalisti schierati in curve opposte, sempre super partes ma dal cuore palpitante per granata o bianconeri

Recentemente, ho scritto un libro autobiografico, che si intitola “La vita è rotonda”. Ho sfruttato al massimo un meccanismo mentale, che appartiene a ciascuno di noi, anche se, a volte, non ce ne rendiamo conto. Quando ricordiamo, in modo particolare, una partita di calcio, perché la squadra del cuore ha vinto, riusciamo a rammentare anche che cosa avevamo fatto quel giorno, con chi eravamo, dove eravamo, e persino chi eravamo. Quando giunge il derby di Torino, fermo restando che non ha più nulla a che fare con i derby di un tempo, a causa delle differenze economiche fra i club, e dalla ghettizzazione dei tifosi in trasferta, mi vengono in mente due situazioni, vissute prima, e dopo, avere cominciato a lavorare. Prima di avere cominciato, andavo allo Stadio Comunale in prossimità di quella metà degli Anni 70, che ha cambiato la storia del calcio cittadino, con Juve e Toro ai vertici della classifica. Non esistevano posti numerati, se non in tribuna, per cui era assolutamente impressionante la calca umana, che si viveva nei distinti centrali, nelle curve e nei parterre. Però, stavi vicino a chi volevi, e non a estranei. Sono convinto che, certe volte, si sia andati ben oltre i 65.000 posti della capienza ufficiale. Si stava appiccicati l’uno all’altro.

La lunga attesa sotto la Torre Maratona

Ciò, di cui non ci rendevamo conto, era come fosse possibile che, per tanto tempo, grazie a Dio, non si registrasse un incidente, visto che c’erano giovani, addirittura, aggrappati ai tabelloni pubblicitari, o ai pilastri dei riflettori. Per una tacita intesa, e questo lo scoprirò più tardi dalla tribuna, avendo i distinti centrali di fronte, le due tifoserie si dividevano, esattamente, a metà quel settore. Era come se esistesse una linea di demarcazione, in mezzo ai distinti centrali, fra bianconeri e granata: bianconeri schierati verso la Curva Filadelfia, e granata schierati verso la Curva Maratona. Tutto ciò era uno schiaffo alla sicurezza e alla comodità. Però, vissuto da un ragazzo come me, che aveva meno di vent’anni, era una goduria infinita. E più si arrivava prima allo Stadio, dandoci l’appuntamento sotto la mitica Torre Maratona, e più si toccava con mano lo spessore dell’attesa. Potevano essere anche tre ore prima, magari con gli ombrelli sotto la pioggia, come in una sterminata fungaia, ma quanto passavano in fretta i minuti, fantasticando tutti insieme su quello, che sarebbe avvenuto sul terreno di gioco! 

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Juventus

Ormezzano ai posti di comando, Baretti un modello

L’altro ricordo, legato ai derby, questa volta da metà degli anni 70 in avanti, e cioè dallo scudetto torinista in poi, è ambientato nella redazione di “Tuttosport”, a Torino, in via Villar. Io ero una “recluta”, e quindi dovevo stare molto attento a parlare. Però, rammento perfettamente l’esistenza di due Curve virtuali. La Curva Filadelfia, quella bianconera, rappresentata da Vladimiro Caminiti, Roberto Beccantini e Marco Bernardini, e la Curva Maratona, quella granata (a dimostrazione di un’epoca, nella quale la città di Torino era veramente più granata che bianconera), formata da Gianni Romeo, Roberto Baruffaldi, Gino Bacci, Giampaolo Brighenti ed Enzo Belforte. Ai posti di comando, Gian Paolo Ormezzano, come si sa, era calorosamente torinista, mentre il mio punto di riferimento, Pier Cesare Baretti, era neutrale, e non è certamente un caso che, leggendolo, osservandolo e ascoltandolo, io abbia fatto qualsiasi cosa per potergli somigliare. 

Il giornalista e il tipografo

Era l’epoca in cui chiunque, una volta scritto l’articolo, lo portava ai capi servizio, che lo leggevano, ed eventualmente lo correggevano, collaborando nella titolazione. Quindi, il pezzo veniva trasportato in tipografia, dove una macchina gigantesca, che oggi potrebbe sembrare ad un animale preistorico, trasformava il testo scritto in colonnine di piombo. Si lavorava, in tandem, un giornalista e un tipografo, per ciascuna pagina. Era la normalità, per il giornalista, sporcarsi le mani di grasso, per contribuire alla realizzazione della pagina stessa. Ed era proprio il giornalista, per accelerare le operazioni, ad andare spesso a raccogliere quelle colonnine, e a portarle in pagina, dove il tipografo cominciava ad impostare il lavoro. Oltre un vetro, come un una sorta di paradiso, vedevamo le rotative. Paradiso, perché, nel momento in cui si arrivava fin laggiù, significava che la pagina era finita, e che si poteva tornare a casa, magari anche in anticipo rispetto al previsto. Giusto in tempo per raggiungere gli amici in discoteca. 

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Meglio la disco di Nietzsche o Marx

Erano i tempi della “Febbre del Sabato sera”. Ed io lo ammetto, molto lontano, anche troppo, dalla politica dilagante, in quel periodo di fine Brigate Rosse, ero uno spensierato “travoltista”, appassionato molto più della disco-music, che non di Nietzsche o Marx. È stato un grave difetto, nella mia formazione culturale, ma, se non altro, mi ha consentito di conservare la purezza della passione per il gioco, senza alcun inquinamento. Destino ha voluto, che io vivessi proprio la transizione dal piombo ai computer. E sono entrato in Rai, nella fase in cui stava imponendosi la prima informatica nelle redazioni, al principio degli anni 80. È stata, per me, un po’ come la differenza fra chi può avere percorso le strade in bicicletta, e chi può averle percorse in automobile, fra chi ha combattuto la prima guerra mondiale, e chi ha combattuto la seconda guerra mondiale.

Quando i giocatori erano i primi tifosi

Io ho vissuto, in bicicletta, la prima guerra mondiale: fate voi… Sono felice di avere vissuto i derby così, prima da sportivo, e poi da giornalista. Perché allora i giocatori erano i primi tifosi della maglia che indossavano. Ed io ero il primo tifoso di me stesso, talmente tifoso e smanioso di svolgere questo mestiere, da anteporre l’amore per il calcio di Torino, in generale, al tifo per la Juve o per il Toro. Lo so. Difficile capirlo, difficile accettarlo, e difficile replicarlo. Però, chi è intelligente può assimilare una cosa: che tutti abbiamo delle priorità, nella vita, e quando una persona antepone la moderazione, la tecnica e l’imparzialità al tifo, è chiaro che, col tempo, trasforma quel tifo in simpatia. È un sentimento diverso, molto più in linea con i valori della cultura sportiva, e più aperto a squadre diverse, dirigenti diversi, allenatori diversi, e giocatori diversi. Una prospettiva... democratica.  

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Recentemente, ho scritto un libro autobiografico, che si intitola “La vita è rotonda”. Ho sfruttato al massimo un meccanismo mentale, che appartiene a ciascuno di noi, anche se, a volte, non ce ne rendiamo conto. Quando ricordiamo, in modo particolare, una partita di calcio, perché la squadra del cuore ha vinto, riusciamo a rammentare anche che cosa avevamo fatto quel giorno, con chi eravamo, dove eravamo, e persino chi eravamo. Quando giunge il derby di Torino, fermo restando che non ha più nulla a che fare con i derby di un tempo, a causa delle differenze economiche fra i club, e dalla ghettizzazione dei tifosi in trasferta, mi vengono in mente due situazioni, vissute prima, e dopo, avere cominciato a lavorare. Prima di avere cominciato, andavo allo Stadio Comunale in prossimità di quella metà degli Anni 70, che ha cambiato la storia del calcio cittadino, con Juve e Toro ai vertici della classifica. Non esistevano posti numerati, se non in tribuna, per cui era assolutamente impressionante la calca umana, che si viveva nei distinti centrali, nelle curve e nei parterre. Però, stavi vicino a chi volevi, e non a estranei. Sono convinto che, certe volte, si sia andati ben oltre i 65.000 posti della capienza ufficiale. Si stava appiccicati l’uno all’altro.

La lunga attesa sotto la Torre Maratona

Ciò, di cui non ci rendevamo conto, era come fosse possibile che, per tanto tempo, grazie a Dio, non si registrasse un incidente, visto che c’erano giovani, addirittura, aggrappati ai tabelloni pubblicitari, o ai pilastri dei riflettori. Per una tacita intesa, e questo lo scoprirò più tardi dalla tribuna, avendo i distinti centrali di fronte, le due tifoserie si dividevano, esattamente, a metà quel settore. Era come se esistesse una linea di demarcazione, in mezzo ai distinti centrali, fra bianconeri e granata: bianconeri schierati verso la Curva Filadelfia, e granata schierati verso la Curva Maratona. Tutto ciò era uno schiaffo alla sicurezza e alla comodità. Però, vissuto da un ragazzo come me, che aveva meno di vent’anni, era una goduria infinita. E più si arrivava prima allo Stadio, dandoci l’appuntamento sotto la mitica Torre Maratona, e più si toccava con mano lo spessore dell’attesa. Potevano essere anche tre ore prima, magari con gli ombrelli sotto la pioggia, come in una sterminata fungaia, ma quanto passavano in fretta i minuti, fantasticando tutti insieme su quello, che sarebbe avvenuto sul terreno di gioco! 

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Quando era derby vero, anche a Tuttosport: Carlo Nesti rievoca gli epici Juve-Toro allo stadio e in redazione
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Meglio la disco di Nietzsche o Marx