Le parole e i fatti: tra Comolli e la vittoria c’è il fattore Juventus

Se fossero sufficienti i discorsi, quello di ieri del nuovo ad era da scudetto, forse anche da Champions League. Ma per mettere a terra quei concetti e trasformare in trifonfo il desiderio di successo serve di più. Il dirigente bianconero lo sa e, inoltre, ha le capacità e l’esperienza per riuscirci

Non basta pensare ogni giorno che si deve vincere (e ripeterlo spesso) per riuscirci davvero. Ma è giù un primo passo. Per esempio: quando, poco meno di un anno fa, Thiago Motta aveva provato a scaricarsi della prima e fondamentale responsabilità di un tesserato della Juventus, sostenendo che vincere non doveva essere un’ossessione, ha iniziato la sua discesa verso l’inferno. Damien Comolli, ieri pomeriggio, ha parlato benissimo, anzi non ne ha sbagliata neanche una, dalla filosofia più alta del club fino al dettaglio dei trentotto scudetti. Ha detto cose da grande manager ed eccellente comunicatore, ha mostrato uno standing formale molto adeguato al ruolo che, da ieri, ricopre: amministratore delegato, sulla carta; uomo più potente della Juventus in pratica.

Il fattore Juventus

Insomma, se fossero sufficienti i discorsi, quello di ieri era da scudetto, forse anche da Champions League. Ma per mettere a terra quei concetti e trasformare in vittoria il desiderio di vittoria serve di più. Comolli lo sa e, inoltre, ha le capacità e l’esperienza per riuscirci. Tra lui e la vittoria c’è il fattore Juventus, del quale Comolli (e i nuovi arrivi) stanno prendendo contezza. Si tratta di quel senso della vittoria che va oltre lo slogan e che, senza giri di parole, vuol dire questo: se la Juve vince le prossime quattro partite contro Fiorentina, Bodo, Cagliari e Udinese (in Coppa Italia), ha fatto il suo. Crescerà l’entusiasmo, ci sarà buon umore, ma nessuno lo considererà più del normale compito della squadra.

Il fattore J per Vialli

Se, invece, una di queste partite andasse male, allora giudizi affilati arriverebbero dalla critica e salirebbe sinistro il borbottio dei tifosi. Gianluca Vialli, il bomber filosofo, l’aveva sintetizzata molto bene: «Alla Juve vincere non è un piacere, ma un sollievo». Questa è il fattore J, quello che può pesare come un macigno sulle spalle delle personalità meno forti e che può, invece, spingere chi quelle pressioni le regge e, anzi, riesce anche a utilizzarle come carburante. Quanti giocatori di questo secondo tipo e quanti del primo ci sono nella Juventus di oggi? Nella risposta a questa domanda c’è la differenza tra voler vincere e farlo sul serio.

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