Kalulu: "Spalletti visionario, Chiellini prezioso. Scudetto? Vince chi osa. E occhio a mio fratello Joseph"

Il difensore bianconero si racconta in una lunga intervista a Tuttosport: "Ricordo ancora quello che mi disse Maignan nell’anno dello scudetto al Milan"

Sembra un elogio alla normalità. E forse in fondo è sempre stato quello, il suo segreto. Pierre Kalulu, al di fuori del rettangolo verde, sa tornare un ragazzo di 25 anni. Ride, scherza, gioca e tanto alla PlayStation. Comunque a calcio. «Ha visto la mia ultima carta?», domanda orgoglioso. Vale 86 su un massimo di 100, che poi a 100 non ci arriva mai nessuno, nemmeno Ronaldo e Messi ai tempi d’oro. Pierre è esaltato e calmo, felice e sereno. Surfare sulle aspettative sembra pane quotidiano, perché in fondo lo è: ha studiato, lavorato, imparato per questo. Sviluppando il vero superpotere: «Pressione? Mai sentita». Del resto, suo papà amava ripeterglielo e non a caso: vince chi osa. Mai il contrario.

La storia di Kalulu

Pierre Kalulu, cosa le ha insegnato la storia dei suoi genitori?  «Mio padre era un professore, con mia madre è partito dal Congo e dopo un periodo in Marocco si è stabilito in Francia, iniziando a fare tutt’altro. A me e ai miei fratelli ha sempre detto: con il lavoro si raggiungono gli obiettivi. Che quando ti impegni e metti volontà, non importa quanto tempo occorra, qualcosa di buono accadrà. È stata la nostra scuola».

Suo padre insegnava storia. E faceva anche l’allenatore. «E insegnava pure latino. Per me è stato fonte di tante cose: sono sempre stato molto curioso, crescendo, e gli chiedevo di tutto. Persino le etimologie delle parole. Mi diceva di non fermarmi nella mia zona di comfort».

I suoi fratelli? Quattro calciatori, addirittura. «Aldo gioca in Cina, Gedeon gioca nel campionato cipriota. Joseph in Ligue 2».

Su Joseph punta molto? «Lui è il più giovane e per me sarà il più forte. Gli sto un po’ dietro, cerco di restare con lui più tempo. Ha le sue qualità e sta facendo la sua esperienza. Guardo tutte le partite, anche perché la verità è che impari da tutti, io stesso sono cresciuto guardando i miei fratelli maggiori».

Andavate insieme ad allenarvi. «Aldo è stata la base di partenza di ogni cosa. Ho avuto altri esempi, ma una fortuna in particolare: la scalata verso il professionismo mi è sembrato un percorso quasi normale, per certi versi».

Per quale motivo? «Mio fratello era la stella della sua generazione, avevo già visto quello che stavo per affrontare. Gli effetti dei complimenti e degli elogi. Le squadre interessate. Il primo contratto da professionista. Per me non hanno avuto un impatto: la consideravo normalità».

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La "cantera" del Lione e la pressione: «Mai stata un problema»

Si è spiegato perché da Lione arrivano così tanti talenti? «Vero, abbiamo anche un Pallone d’Oro (Benzema, ndr). Ci sono tanti ragazzi con delle doti, perché si parte sempre da lì. Poi da noi si gioca tanto. Sempre. Ovunque. A scuola, per strada. E c’è una commistione di culture che ti permette di prendere un po’ da tutti, così da diventare un giocatore completo».

C’è tanta differenza tra i vivai francesi e quelli italiani? «A Lione arrivo nella formazione Under 12, e gli allenatori già mi dicevano questo: ti prepariamo per la Champions League. Ai tempi non mi sembrava granché, invece maturando ho colto l’importanza». 

A 12 anni pensieri da Champions League? «Esatto. Ci preparavano per il massimo. Non per il campionato. Non per l’Europa League. Ma per il palcoscenico più importante. Sin da piccolo ti danno uno standard alto da raggiungere, i punti di riferimento - oltre al Lione - erano il Barcellona, il Borussia Dortmund con il suo pressing, il Bayern Monaco con il suo modo di vincere. E i contropiedi del Real Madrid. Praticavamo un calcio molto offensivo, naturalmente al nostro livello». 
 
Non c’è il rischio di soccombere per la pressione? «Ma ti preparano, per quella pressione. Dicevo ai miei amici e l’ho confessato anche quando giocavo al Milan: io non l’ho mai sentita. Quando giochi a calcio devi essere il più forte, e queste parole suonavano come ‘propaganda’ nella mia testa. Così inizi a credere in te stesso. Noi francesi abbiamo quest’ego: a volte sembra un male, ma nel calcio può essere un bene mettere in campo la tua presunzione. Dire all’avversario: sarò più forte di te. Non importa quanto sia grande, che fisico possa avere l’altro, se giochiamo contro allora io sarò più forte. E se non sarà oggi, sarà domani».

Ecco perché sfornate così tanti talenti. «C’è sempre stata una grande competizione interna: alla fine, quelli che restano sono i giocatori con la mentalità più forte, oltre naturalmente a chi possiede grandi doti tecniche. A 18, 19 anni arrivi concentrato sull’obiettivo: ti manca solo l’ultimo step per diventare professionista. Così, su 10 atleti ne hai 8 in grado di giocare nel campionato francese, magari 6 potranno avere esperienza in Champions League. E 3 diventano calciatori di livello mondiale. Faccia i calcoli sulle generazioni, ha trovato la sua risposta».

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«Spalletti un visionario»

Suo padre le ha sempre detto: chi osa, vince. Glielo ripete anche Spalletti? «Questa è una frase molto personale. Mi parla. Se devo fare però un parallelo, più che Spalletti, è il calcio in generale a chiedercelo. A volte si è detto che siamo stati fortunati, ma per ottenere quella fortuna qualcosa l’abbiamo fatta».

Cosa vi dice, allora, il tecnico? «Che dobbiamo essere protagonisti della partita, così come dei nostri destini. Che più azioni facciamo per influenzare il risultato, più è possibile vincere. Che il difensore attacchi o che l’attaccante si trovi a difendere, si può fare la differenza».

Come vi ha cambiati rispetto al passato? «Dal punto di vista mentale. Ci ha messo davanti alle nostre responsabilità e ci ha permesso di interpretare ogni match in maniera più proattiva. Questo, in campo, si vede. E si vede anche nei miei compagni, come quelli che han fatto gol nell’ultimo periodo».

Anche lei si lancia dentro, sempre più spesso.  «Io mi dico: ok, prima difendo bene, poi alla prima opportunità di fare assist o gol, vado a provare. Ogni volta penso che possa essere la mia giornata, che per questo farò la differenza. Se tutti abbiamo quest’atteggiamento, ci leghiamo meglio e siamo molto più attivi. Il gol di Thuram ne è un perfetto esempio, uguale quello di McKennie. Questo tipo di atteggiamento ci aiuta tantissimo».

Cosa si aspetta da un allenatore, in generale? «La prima qualità di un allenatore è permetterti di vedere delle cose che prima non riuscivi a vedere. Se siamo professionisti, è perché siamo capaci di giocare. Ma devi metterti in testa di dover osare, fare di più, non adagiarti. E se tutti ti vedono fare qualcosa in più, l’effetto è contagioso. Se lo fa un mio compagno, perché non posso farlo anch’io?». 

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Sulla stagione: «Febbraio e marzo determinati» e l'aneddoto su Maignan

Juve-Napoli, domani. Che partita sarà? «Me l’aspetto tosta. All’inizio, magari, un po’ chiusa. Le loro assenze per noi contano poco: hanno una squadra che si conosce bene, hanno automatismi specifici. E quando è assente qualcuno, ce n’è un altro pronto a prendere il suo posto. Conta fare bene, non conta chi affronteremo. Sarà una partita importante e decisiva, ma poi ne mancheranno altre 17...».

Con tre punti, però, non ci sarebbe l’ambizione di tornare a guardare la vetta? «La vittoria ci darebbe tre punti, a loro zero. Ci aiuterebbe solamente a stare meglio, ma sarebbe ugualmente lunga. L’ho sempre detto, anche in altri momenti: dobbiamo affrontare ancora febbraio e marzo. Saranno mesi più importanti e determinanti per il campionato».

Nel periodo di difficoltà, con Tudor alla guida, sorrideva a chi le domandava degli obiettivi della squadra. Cosa le dava la convinzione della rimonta? «Mi alleno tutti i giorni con i miei compagni, ho sempre visto le possibilità che abbiamo. Voi, senza offesa, guardate solamente il risultato finale. Io ho sempre notato la nostra preparazione e quanto si produceva: alcune cose ci sembravano lontane dalla realtà che vivevamo. E alcune cose sono andate semplicemente storte, altre invece sono andate meglio. Comunque, domani, sarebbe solamente un tassello. Come mercoledì e come la partita successiva. Gennaio è importante per mettere a posto, però non decide».

Lei è uno dei pochi ad aver vinto in carriera. Il fattore esperienza, in questo senso, vi penalizza? «Importa poco, alla fine. Forse più in Champions, ma in campionato direi di no. Quando ho vinto, al Milan, c’erano solo Ibrahimovic e Maignan ad aver sollevato un trofeo. Ci aiutavano con qualche parola particolare, erano sicuramente lì per noi. Ricordo una volta, proprio con la Juve...». 

Ci racconti. «Era terminata 1-1, era l’anno dello scudetto e tutti eravamo molto arrabbiati: ci sembrava un’occasione persa, in una partita che avremmo potuto vincere. Mike Maignan ci disse: “Vero, potevamo portare a casa tre punti, ma dobbiamo metterci in testa di averne guadagnato uno”. Ogni punto conta. E infatti ricorderete: il campionato si è deciso pure lì, mentre ai tempi l’Inter pareva lontana. Bisogna mantenere la testa fredda, stare sul pezzo e contare ogni lunghezza».

Adesso parla lei, come Maignan? «Ce le diciamo tra di noi, queste cose. Aiutano. E Maignan comunque era Maignan. Però anche in Champions: il punto con il Villarreal sembrava un’opportunità sprecata, invece oggi ci dà la possibilità di vedere il prossimo turno».

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L'importanza di Maldini e Chiellini. Su Tonali...

A proposito dell’ultima partita: com’è nata quell’esultanza? «A merenda, prima del match. Ci siamo chiesti come avremmo potuto celebrare un gol e credo che l’idea sia stata di Thuram, poi pure autore della rete. Per fortuna è stato tutto perfetto: nessuno guardava altrove (ride, ndr)».

Il rendimento che sta tenendo la sorprende? «Sono contento, in realtà. Perché da un po’ di tempo sto lavorando nella maniera corretta per aiutare il mio fisico: voglio essere pronto per poter mettere sempre più minuti e per dare davvero il massimo senza avere poi problemi. Mi rende davvero felice, a patto però che questo allenamento sia sempre abbinato alla qualità: rimane fondamentale».

Il nuovo preparatore, Sinatti, come la sta aiutando? «Con il carico giusto. Con la scelta delle sedute. Dei momenti anche di riposo. Mi danno una mano sui fondamentali: l’idratazione, quanto dormire. Queste cose qui».

Dunque la Juve ha davvero bisogno di un vice Kalulu? Sembra indistruttibile. «Non è un problema mio. Io devo solo essere pronto e poi il mister fa le sue scelte. Quando mi fa giocare, naturalmente sono contento e do il massimo per ripagare la fiducia».

Cos’ha significato avere due figure come Maldini e Chiellini nel suo percorso? «Sono persone molto importanti. E si assomigliano anche in una qualità particolare: hanno la parola giusta senza essere pesanti e senza superare il mister. Sono dettagli che ti aiutano, sembrano piccole cose a cui non fai nemmeno occhio. Però quello che ti dicono, ciò che vedono, sai bene quanto possa fare la differenza. Poi ovviamente per loro parla la carriera fatta. E io sono molto orgoglioso».

Con questa condizione, al Mondiale è impossibile non pensare. «Per un calciatore ovviamente è un sogno, poi dipenderà da quanto bene farò con la mia squadra: è questo ad aprirmi tante porte, trasformandolo a tutti gli effetti un obiettivo. Però ci sono ancora un po’ di mesi, c’è tempo e spazio. E tanto campionato».

Dato che alla Juve sta così bene, la consiglierebbe al suo ex compagno Sandro Tonali? «Sandro è un amico. Abbiamo vinto lo scudetto insieme e a lui sono molto legato. È un giocatore forte, ma ora siamo in due squadre diverse. Gli auguro il meglio e dico che sono contento dei giocatori con cui sono adesso in squadra. Poi...».

Poi si vedrà? «Poi si vedrà». 

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Sembra un elogio alla normalità. E forse in fondo è sempre stato quello, il suo segreto. Pierre Kalulu, al di fuori del rettangolo verde, sa tornare un ragazzo di 25 anni. Ride, scherza, gioca e tanto alla PlayStation. Comunque a calcio. «Ha visto la mia ultima carta?», domanda orgoglioso. Vale 86 su un massimo di 100, che poi a 100 non ci arriva mai nessuno, nemmeno Ronaldo e Messi ai tempi d’oro. Pierre è esaltato e calmo, felice e sereno. Surfare sulle aspettative sembra pane quotidiano, perché in fondo lo è: ha studiato, lavorato, imparato per questo. Sviluppando il vero superpotere: «Pressione? Mai sentita». Del resto, suo papà amava ripeterglielo e non a caso: vince chi osa. Mai il contrario.

La storia di Kalulu

Pierre Kalulu, cosa le ha insegnato la storia dei suoi genitori?  «Mio padre era un professore, con mia madre è partito dal Congo e dopo un periodo in Marocco si è stabilito in Francia, iniziando a fare tutt’altro. A me e ai miei fratelli ha sempre detto: con il lavoro si raggiungono gli obiettivi. Che quando ti impegni e metti volontà, non importa quanto tempo occorra, qualcosa di buono accadrà. È stata la nostra scuola».

Suo padre insegnava storia. E faceva anche l’allenatore. «E insegnava pure latino. Per me è stato fonte di tante cose: sono sempre stato molto curioso, crescendo, e gli chiedevo di tutto. Persino le etimologie delle parole. Mi diceva di non fermarmi nella mia zona di comfort».

I suoi fratelli? Quattro calciatori, addirittura. «Aldo gioca in Cina, Gedeon gioca nel campionato cipriota. Joseph in Ligue 2».

Su Joseph punta molto? «Lui è il più giovane e per me sarà il più forte. Gli sto un po’ dietro, cerco di restare con lui più tempo. Ha le sue qualità e sta facendo la sua esperienza. Guardo tutte le partite, anche perché la verità è che impari da tutti, io stesso sono cresciuto guardando i miei fratelli maggiori».

Andavate insieme ad allenarvi. «Aldo è stata la base di partenza di ogni cosa. Ho avuto altri esempi, ma una fortuna in particolare: la scalata verso il professionismo mi è sembrato un percorso quasi normale, per certi versi».

Per quale motivo? «Mio fratello era la stella della sua generazione, avevo già visto quello che stavo per affrontare. Gli effetti dei complimenti e degli elogi. Le squadre interessate. Il primo contratto da professionista. Per me non hanno avuto un impatto: la consideravo normalità».

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