Inter e Juve, 100 milioni di differenze: dal direttore d'orchestra Chivu al rivoluzionario Spalletti

Il Derby d’Italia metterà di fronte l'enfant prodige rumeno chiamato a vincere subito e il tecnico italiano, un fuoriclasse scelto per far ripartire il club bianconero: tutte le differenze

Otto anni per il medesimo equilibrio, diametralmente opposto, come si conviene nel labirinto dei cicli sportivi che ogni club - piccolo o grosso che sia - si ritrova a calcare nel corso della sua storia. Ancora una volta, Inter e Juve, si guardano negli occhi dagli estremi della stessa ricchezza. Sono poco più di 100 i milioni che separano i due organici più valorosi della Serie A: 666.8 per quello nerazzurro; 560.2 per quello bianconero. Numeri che, se sommati all’età media della rosa, tornano utili per tracciare un ritratto fedele delle rispettive contemporaneità. Da una parte c’è Christian Chivu, l’enfant prodige chiamato a spremere, senza voli pindarici o chissà quale rivoluzione tecnico-tattica, ogni singola goccia di un capitale umano maturo, definito e concreto quando il pallone scotta. Un’orchestra che conosce già bene la sua partitura e pretende “solo” - ben lungi dal ridimensionare l’eccezionale lavoro svolto dal tecnico rumeno fin qui - un direttore che possa aiutarla a tenere bene il tempo. Vincere subito, per ricostruire domani. Anche perché saranno tanti gli interpreti “agée” destinati a salutare al termine della stagione: da Sommer a De Vrij, passando per Darmian, Mkhitaryan, Acerbi e - chissà - magari pure Calhanoglu... Dall’altra Luciano Spalletti, il vero e forse unico fuoriclasse bianconero, approdato nell’universo Juve per ridisegnarne contorni, responsabilità e gerarchie. Per trasformare il talento grezzo - depauperato, in parte, dagli errori delle precedenti gestioni - in una struttura riconoscibile.

Spalletti e quel lavoro sulla testa dei suoi

La stessa missione - per intenderci - portata a termine sulla panchina dell’Inter nella stagione 2018/2019, quando c’erano da ricostruire i presupposti per tornare al successo, dopo gli anni di predominio bianconero. Sì, perché - giusto ricordarlo - se i nerazzurri hanno avuto modo di porre in essere con Conte il salto di qualità definitivo, lo devono soprattutto a Lucio. È stato lui a ereditare una squadra abituata a divincolarsi tra l’ottavo e il settimo posto della classifica e a riportarla in Champions League a distanza di sette anni dall’ultima volta. Un gruppo promettente, sì, ma ancora sfatto, acerbo, privo di un’identità ben precisa. L’approdo alla Juve, con le dovute proporzioni - dal momento che Yildiz e compagni gravitano da anni tra le prime quattro della classe - ha aperto il medesimo scenario. Spalletti ha scelto di lavorare prima sulla testa dei suoi giocatori, per poi apporre i primi accorgimenti tattici. E se è vero che la sua Juve ha ricominciato a macinare punti, dimostrando di poter imporre il proprio gioco - frizzante, spigliato e bello da vedere - contro chiunque, è altrettanto vero che c’è ancora tanta, tantissima strada da percorrere per avvicinarsi alla dimensione ideale a cui auspica Lucio.

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Juventus

Juve, ora impara a gestire i match

La sua squadra è ancora lunatica, contraddittoria, vittima delle sue stesse pulsioni “adolescenziali”. Non ha ancora appreso come gestire le partite, soprattutto le più storte (come quelle contro Lecce, Cagliari e Atalanta). Quelle che richiederebbero un filo di pragmatismo in più, al costo di rinunciare a un po’ di bellezza. A certificarlo, del resto, sono i numeri: la Juve è la squadra di Serie A che subisce più gol a margine di un proprio errore. Ben 9, per l’esattezza, davanti a Torino, Cremonese, Genoa e Bologna. Ecco che allora il derby d’Italia diventa nuovamente lo scontro tra due concezioni del tempo. Tra chi si appresta a raccogliere i frutti dei propri sacrifici e chi invece ha l’ambizione di tornare a sedersi al tavolo dei grandi senza nostalgia, ma con nuove fondamenta. Tra chi è chiamato al successo, immediato; e chi invece ha l’ambizione di trasformare la pressione in energia creativa. Guai, dunque, a soffermarsi troppo sullo score del tabellone di San Siro, perché il risultato, quello vero, si misurerà nelle direzioni che i rispettivi progetti prenderanno dopo i 90 minuti.

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Otto anni per il medesimo equilibrio, diametralmente opposto, come si conviene nel labirinto dei cicli sportivi che ogni club - piccolo o grosso che sia - si ritrova a calcare nel corso della sua storia. Ancora una volta, Inter e Juve, si guardano negli occhi dagli estremi della stessa ricchezza. Sono poco più di 100 i milioni che separano i due organici più valorosi della Serie A: 666.8 per quello nerazzurro; 560.2 per quello bianconero. Numeri che, se sommati all’età media della rosa, tornano utili per tracciare un ritratto fedele delle rispettive contemporaneità. Da una parte c’è Christian Chivu, l’enfant prodige chiamato a spremere, senza voli pindarici o chissà quale rivoluzione tecnico-tattica, ogni singola goccia di un capitale umano maturo, definito e concreto quando il pallone scotta. Un’orchestra che conosce già bene la sua partitura e pretende “solo” - ben lungi dal ridimensionare l’eccezionale lavoro svolto dal tecnico rumeno fin qui - un direttore che possa aiutarla a tenere bene il tempo. Vincere subito, per ricostruire domani. Anche perché saranno tanti gli interpreti “agée” destinati a salutare al termine della stagione: da Sommer a De Vrij, passando per Darmian, Mkhitaryan, Acerbi e - chissà - magari pure Calhanoglu... Dall’altra Luciano Spalletti, il vero e forse unico fuoriclasse bianconero, approdato nell’universo Juve per ridisegnarne contorni, responsabilità e gerarchie. Per trasformare il talento grezzo - depauperato, in parte, dagli errori delle precedenti gestioni - in una struttura riconoscibile.

Spalletti e quel lavoro sulla testa dei suoi

La stessa missione - per intenderci - portata a termine sulla panchina dell’Inter nella stagione 2018/2019, quando c’erano da ricostruire i presupposti per tornare al successo, dopo gli anni di predominio bianconero. Sì, perché - giusto ricordarlo - se i nerazzurri hanno avuto modo di porre in essere con Conte il salto di qualità definitivo, lo devono soprattutto a Lucio. È stato lui a ereditare una squadra abituata a divincolarsi tra l’ottavo e il settimo posto della classifica e a riportarla in Champions League a distanza di sette anni dall’ultima volta. Un gruppo promettente, sì, ma ancora sfatto, acerbo, privo di un’identità ben precisa. L’approdo alla Juve, con le dovute proporzioni - dal momento che Yildiz e compagni gravitano da anni tra le prime quattro della classe - ha aperto il medesimo scenario. Spalletti ha scelto di lavorare prima sulla testa dei suoi giocatori, per poi apporre i primi accorgimenti tattici. E se è vero che la sua Juve ha ricominciato a macinare punti, dimostrando di poter imporre il proprio gioco - frizzante, spigliato e bello da vedere - contro chiunque, è altrettanto vero che c’è ancora tanta, tantissima strada da percorrere per avvicinarsi alla dimensione ideale a cui auspica Lucio.

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