Gianluca Pessotto, sono le 23.15 del 22 maggio 1996. Si sta avvicinando al dischetto. Cosa pensa? «A niente. Non potevo pensarci. Mi sentivo piccolo in quel tragitto dal centrocampo all’area di rigore. Poi non ero uno specialista e non ho avuto tempo di riflettere. C’era solo la sensazione di volerlo tirare, di voler fare gol. Di pensare il meno possibile a dove calciarlo».
"Van Der Sar, sapevo che..."
Aveva studiato Van der Sar. «Sapevo che lui si sarebbe buttato all’ultimo: dovevo essere molto preciso. Comunque, la sensazione che saremmo poi andati ai rigori l’avevo già dal mattino».
Perché? «Finita la rifinitura, Lippi disse: “Ma no, non proviamo i rigori, tanto la partita la vinciamo prima!”. Era un modo per caricarci, non presunzione. Dentro di me però mi ero detto di volerne fare almeno uno: ho preso il magazziniere - che era pure la metà di Van der Sar, però più largo - e ho tirato esattamente come ho fatto poi in partita. Sono stato bravo, sì. Però anche fortunato. E freddo. E incosciente».
Dopo il gol: gioia o sollievo? «Solo gioia. Mai pensato di poterlo sbagliare. Giorni dopo ho pensato alla responsabilità che mi ero preso».
