Pagina 5 | "Ci hanno provato un miliardo di volte. Vialli rompipalle, Ventrone saccagna": la Juve da Pessotto

Gianluca Pessotto, sono le 23.15 del 22 maggio 1996. Si sta avvicinando al dischetto. Cosa pensa? «A niente. Non potevo pensarci. Mi sentivo piccolo in quel tragitto dal centrocampo all’area di rigore. Poi non ero uno specialista e non ho avuto tempo di riflettere. C’era solo la sensazione di volerlo tirare, di voler fare gol. Di pensare il meno possibile a dove calciarlo».

"Van Der Sar, sapevo che..."

Aveva studiato Van der Sar. «Sapevo che lui si sarebbe buttato all’ultimo: dovevo essere molto preciso. Comunque, la sensazione che saremmo poi andati ai rigori l’avevo già dal mattino».

Perché? «Finita la rifinitura, Lippi disse: “Ma no, non proviamo i rigori, tanto la partita la vinciamo prima!”. Era un modo per caricarci, non presunzione. Dentro di me però mi ero detto di volerne fare almeno uno: ho preso il magazziniere - che era pure la metà di Van der Sar, però più largo - e ho tirato esattamente come ho fatto poi in partita. Sono stato bravo, sì. Però anche fortunato. E freddo. E incosciente». 

Dopo il gol: gioia o sollievo? «Solo gioia. Mai pensato di poterlo sbagliare. Giorni dopo ho pensato alla responsabilità che mi ero preso».

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La Champions e il metodo Ventrone

Arriva alla Juve nell’estate ‘95. «Per me era una cosa nuova. Avevo fatto solo un anno di Serie A, poi sono arrivato nella squadra che aveva vinto il campionato dopo dieci anni».

In un’intervista a Tuttosport parlava già del sogno Champions. «Non bisogna mai smettere di sognare, guai a farlo. Poi da lì a realizzarli c’è tanto altro. Arrivavo dal settore giovanile del Milan ed era quello degli olandesi. Ogni tanto mi allenavo con loro, ho imparato i modi. C’era una mentalità vincente incredibile: Sacchi era un martello pneumatico. Quando ho visto la Coppa dei Campioni, ricordo di averla alzata e ho fatto una foto. Ce l’ho a casa: era il mio sogno».

Sentivate di essere pronti? «In quella stagione andavamo bene in Europa e meno in campionato. Mettevano sotto accusa la preparazione atletica, ma dicevo: siamo gli stessi di tre giorni fa! Per me era un discorso mentale. Molti l’avevano giocata, qualcuno l’aveva vinta. Come il mio amico Jugovic: era il mio compagno di stanza, nessuno dei due particolarmente loquace. Aveva una classe clamorosa». 

Poi avevate il metodo Ventrone. «Quando stavo per passare alla Juve, qualche mio compagno mi ha detto: preparati, comincia a fare 300 addominali, 300 dorsali, perché quando arrivi poi Ventrone ti “saccagna”... Ma no, non ero minimamente preparato. Forse qualche ernia è uscita. Però era pure un modo per andare oltre la fatica, quasi un allenamento mentale».

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"Agnelli, l'Avvocato..."

Massimali? «Eh, “Peruzzone” faceva esplodere la panca. Arrivava a 480kg. Io 420. Ma la cosa incredibile è che non c’era uno che mollava, perché poi la presa in giro non voleva sentirla nessuno. Le partite sembravano vacanze».

Lei ha conosciuto tre generazioni di Agnelli. «Il nostro punto di riferimento era il dottor Umberto, ovviamente. Una presenza discreta ed emozionante. E anche lui era emozionato: sembrava incredibile, considerato il suo vissuto. Ma vedevi gli occhi, sentivi le parole e il tono. Ci caricava. E per noi è stato un po’ il papà. Andrea, giovane, era spesso alle partite: vedevi in lui la stessa luce e la stessa passione poi mostrata da presidente».

L’Avvocato? «Quel carisma ci teneva un po’ in apprensione. E non parliamo delle telefonate...». 

Ne ha mai ricevute? «Una. Non erano le sei del mattino perché erano le 8.30. Un lunedì. Avevamo pareggiato contro l’Inter, prendendo un gol su punizione e lui voleva sapere cosa fosse successo. Io ho risposto che per me sull’azione c’era fallo, poi mi fa: “Però potevamo essere un po’ più svegli”. E allora: “Sì, Avvocato, potevamo essere più svegli”. Ci avevano spostato l’uomo dalla barriera».

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"Del Piero, il suo gol iconico nasce lì"

Parte tutto da Dortmund. «Quella partita per me ci ha fatto capito che potevamo giocarcela: ha dato grande fiducia a tutto l’ambiente. Non si parlava di dover vincere la Champions, però inconsciamente c’era quella sensazione che tutti volessero riuscirci. Poi c’era la stella di Alessandro Del Piero: lì nasce il suo gol iconico, ha lasciato il segno. Non sbagliava mai».

Una Champions di trasferte incredibili, da Bucarest a Ibrox Park. «Con lo Steaua, al ritorno, eravamo già qualificati: ricordo il caos per la partenza, la pista ghiacciata. E lo sguardo di Lombardo: doveva giocare titolare per la prima volta dopo il ko al perone subito ad agosto. Lippi gli aveva detto: è il campo perfetto. E invece si è ritrovato in un ghiacciaio. Della Scozia ricordo il vuoto degli spalti al riscaldamento: erano tutti fuori a bere, poi sono arrivati allo stadio ed è stato pazzesco».

La doppia partita col Real vi ha dato reale consapevolezza? «Sì, ce la siamo fatta abbastanza sotto: avevamo perso 1-0 a Madrid, con il miracolo di Peruzzi all’ultimo. Qualcuno mi ha detto che sia il dottor Giraudo che Moggi hanno poi suggerito a Lippi di farmi giocare dall’inizio al ritorno. Siamo arrivati a quel match con qualche difficoltà: Lippi s’inventò un’amichevole a Carrara, nessuno aveva grandissima voglia. E infatti abbiamo perso, con il risultato di un bel ritiro a tre giorni dal match. E sui giornali si scrivevano già la liste dei promossi e bocciati per la stagione successiva...».

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"Vialli, il numero uno dei rompipalle"

Vittoria e semifinali, con il Nantes. Di cui si parla sempre poco. «Sì, ma perché avevi battuto il Real e pensavi ormai di essere in fondo. Un po’ rischioso, e infatti ricordo che al ritorno abbiamo sofferto un po’. Ciro Ferrara lo racconta sempre: a un certo punto è entrato questo che non so poi che carriera abbia fatto, ma era il più basso di tutti. Solo che andava più veloce della luce. A quel punto avevamo visto di tutto».

E alla fine, Roma. E Vialli che alza al cielo la coppa. «Luca è stato tra le prime persone che ho incontrato a Torino: c’era un ristorante in cui, anche da calciatore del Toro, ero solito andare. Appena firmo per i bianconeri, incontro Vialli e Vierchowod. Quando loro giocavano e vincevano in A, io ero appena uscito dalla C2, al Varese».

Com’era averlo come capitano? «Il numero uno dei rompipalle. L’allenamento era un’ossessione: non vedevi l’ora che finisse. Non faceva passare nulla: s’arrabbiava se sbagliavi un passaggio, ma la sua generosità sul campo era devastante. Quella coppa la meritava: è stata la chiusura del cerchio, la prima. La seconda a Wembley, con l’Europeo del 2021. Era ispirazione, il capitano, l’insegnamento. Ed è stata una fortuna: l’ho vissuto solamente per un anno, ma ha dato un’eredità poi da trasferire». 

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"Lippi scelto da Moggi"

Marcello Lippi. «Venne scelto da Moggi l’anno prima, dopo dieci anni la Juve torna a vincere. Grande carisma, grande capacità di gestione. E la forza era anche quella di avere una squadra davvero forte. Io ero l’ultimo arrivato, ma c’erano Ferrara, Peruzzi, Deschamps che era stato il capitano del Marsiglia a 18 anni. Alcuni di noi risolvevano i problemi prima ancora che arrivassero a lui. E lui metteva dentro le piccole cose: i silenzi, la calma glaciale. Carismatico e un po’ permaloso, il mister non le ha mai mandate a dire».

Che gruppo era? «Nel 1996 chi stava in panchina era importante come gli altri. Il premio a fine anni infatti fu uguale per tutti».

Quando ha cambiato davvero le cose, Lippi? «In quell’annata ricordo soprattutto la determinazione nel farci credere nelle nostre possibilità anche dopo le sconfitte. Ma tutto era nato l’anno prima, a Foggia, quando ha cambiato poi il modulo facendo giocare tutti gli attaccanti». 

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"La Juve è la Juve"

E Capello? «Voleva farmi continuare a giocare, ma avevo 35 anni, avevo fatto il crociato a 32. Una volta, con il Lecce, marcavo Vucinic. Sentivo i compagni incitarmi: non un buon segno».

Cosa significa per lei la Juve? «Non è solo una società. A volte sembriamo così grandi da sembrare astratti: invece c’è senso d’appartenenza e famiglia. Alla Juventus ho fatto quello che amavo e sempre al livello massimo: non ho mai pensato di andare via».

Oggi soffre più per le giovanili o per la prima squadra? «Con i giovani è diverso, si impara anche dalle sconfitte. Spero che la Juve torni a essere protagonista».

Secco: andrà in Champions? «Sì, bisogna avere fiducia nel lavoro»

Che momento è? «Hanno provato ad abbatterci un miliardo di volte. La Juve però è la Juve. E non muore mai. Quindi dobbiamo continuare a lottare, cercando di sbagliare il meno possibile. E di restare uniti. Altrimenti tutto si fa più difficile». 

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"Vialli, il numero uno dei rompipalle"

Vittoria e semifinali, con il Nantes. Di cui si parla sempre poco. «Sì, ma perché avevi battuto il Real e pensavi ormai di essere in fondo. Un po’ rischioso, e infatti ricordo che al ritorno abbiamo sofferto un po’. Ciro Ferrara lo racconta sempre: a un certo punto è entrato questo che non so poi che carriera abbia fatto, ma era il più basso di tutti. Solo che andava più veloce della luce. A quel punto avevamo visto di tutto».

E alla fine, Roma. E Vialli che alza al cielo la coppa. «Luca è stato tra le prime persone che ho incontrato a Torino: c’era un ristorante in cui, anche da calciatore del Toro, ero solito andare. Appena firmo per i bianconeri, incontro Vialli e Vierchowod. Quando loro giocavano e vincevano in A, io ero appena uscito dalla C2, al Varese».

Com’era averlo come capitano? «Il numero uno dei rompipalle. L’allenamento era un’ossessione: non vedevi l’ora che finisse. Non faceva passare nulla: s’arrabbiava se sbagliavi un passaggio, ma la sua generosità sul campo era devastante. Quella coppa la meritava: è stata la chiusura del cerchio, la prima. La seconda a Wembley, con l’Europeo del 2021. Era ispirazione, il capitano, l’insegnamento. Ed è stata una fortuna: l’ho vissuto solamente per un anno, ma ha dato un’eredità poi da trasferire». 

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