"Agnelli, l'Avvocato..."
Massimali? «Eh, “Peruzzone” faceva esplodere la panca. Arrivava a 480kg. Io 420. Ma la cosa incredibile è che non c’era uno che mollava, perché poi la presa in giro non voleva sentirla nessuno. Le partite sembravano vacanze».
Lei ha conosciuto tre generazioni di Agnelli. «Il nostro punto di riferimento era il dottor Umberto, ovviamente. Una presenza discreta ed emozionante. E anche lui era emozionato: sembrava incredibile, considerato il suo vissuto. Ma vedevi gli occhi, sentivi le parole e il tono. Ci caricava. E per noi è stato un po’ il papà. Andrea, giovane, era spesso alle partite: vedevi in lui la stessa luce e la stessa passione poi mostrata da presidente».
L’Avvocato? «Quel carisma ci teneva un po’ in apprensione. E non parliamo delle telefonate...».
Ne ha mai ricevute? «Una. Non erano le sei del mattino perché erano le 8.30. Un lunedì. Avevamo pareggiato contro l’Inter, prendendo un gol su punizione e lui voleva sapere cosa fosse successo. Io ho risposto che per me sull’azione c’era fallo, poi mi fa: “Però potevamo essere un po’ più svegli”. E allora: “Sì, Avvocato, potevamo essere più svegli”. Ci avevano spostato l’uomo dalla barriera».
