Per tutti è il 'Principino' per i suoi modo eleganti nel vestirsi ma non solo. Claudio Marchisio è una delle bandiere della Juve, nato a Torino e cresciuto nel settore giovanile bianconero fino a poi diventarne un simbolo in campo e fuori, orme che potrebbe ripercorrere anche il figlio Davide. Ed è proprio lui a raccontarsi a 'Giorgia's Secret', un nuovo formato targato Dazn con protagonista di questa puntata proprio l'ex centrocampista.
L'origine del soprannome Principino
L'origine del soprannome, il 'Principino': "Un sorriso perché mi è andata bene, ci sono alcuni soprannomi molto più preoccupanti o orrendi. Principino mi è piaciuto sin da subito e me lo diede Balzaretti negli spogliatoi, ero un ragazzo della Primavera aggregato alla prima squadra di Capello. Arrivavo spesso al campo con camicia e giacche abbastanza eleganti, mentre gli altri si presentavano in tuta o in maniera più easy. Per me è stato sempre così, andavo in camicia a scuola persino alle elementari". Sull'essere visto come perfetto: "È il mio carattere in realtà, ma non sono perfetto. La perfezione non esiste. Questo sopranome qua è da separare perché ok il principino, sempre elegante o gentile anche in campo ma allo stesso l'abito me lo toglievo quando non avevo il pallone, nel senso che quando dovevo rincorrere l'avversario si sporcava ben volentieri e non rimaneva pulito".
La vita privata
Sulla vita privata: "Non è semplice. Quando sei un atleta professionista hai i riflettori addosso e non è semplice, oltre che in campo anche nella vita privata quando passeggi per strada, a uscire da quel personaggio. La gente ti vede come quello che sei in campo e non si aspettano tu sia diverso fuori. Cerchi di essere più naturale possibile ma sai di avere anche certe responsabilità. Cerchi di essere gentile con il tifoso che ti viene vicino. A volte essere libero con le persone non è semplice. Se mi è pesato essere più personaggio che persona? No, questo no. Mi è pesato per la mia famiglia perché vive in un contesto con gli occhi sempre puntati addosso. In certe situazioni quando vuoi essere un po' più libero magari a una festa con una birra o un bicchiere di vino in mano ti guardi attorno e ti chiedi: 'Chi mi sta osservando?'. E in questo contesto non è così semplice".
Il saggio Marchisio e le battute di Pirlo
Il saggio Marchisio e la parte un po' più crazy: "C'è una parte così ma rimane nel privato con poche persone quando voglio divertirmi o farmi scivolare le cose addosso. Questo non è soltanto il mio carattere ma anche il modo in cui sono cresciuto e ho visto mio padre. Una persona molto pacata e cerca sempre di avere un equilibrio anche quando fai quel sospiro in cui vorresti sputare fuori di tutto, ma poi pensa, riflette e ragiona a mente più fredda". Poi su Pirlo: "Tanto simpatico. Andava in campo senza sentire la pressione ed era sempre uno con la battuta pronta. Lui spesso partiva con le sue battute taglienti ma sempre molto divertenti".
L'insicurezza di Marchisio
E cosa non piace a Marchisio del suo carattere: "Sono una persona insicura, non sembra ma è così. Non soltanto per quanto riguarda l'aspetto estetico, del come mi devo vestire per uscire, ma anche per il mio carattere. Sono un capricorno difficilmente dò ragione al prossimo ma sono comunque uno che ascolta tanto. Questa insicurezza me la porto dietro, non è mai cambiata e cerco di avere una corazza per proteggermi da questo. Sono sicuro di quel che dico ma ho sempre paura della reazione dell'altro. Cosa mi dice mia moglie? Lei dice che sono uno 'Yes man' perché ho difficoltà a dire no alle persone. Molte volte mi carico di talmente tante cose che poi esplodo fisicamente, o mi ammalo o mi chiudo in me stesso. Questa cosa devo imparare a gestirla".
La bandiera Juve
Sull'essere una bandiera Juve: "Non è stato così semplice capirlo perché io sono nato a Torino, ho fatto tutto il settore giovanile alla Juve, andavo sempre al Delle Alpi a fare il raccattapalle. Mi sono sempre sentito come un tifoso ma che andava dentro lo spogliatoio della Juve. Quando cresci e capisci che sta diventando il tuo lavoro devi scindere queste due parti, e non è semplice. Una volta Alex Sandro avendo letto la mia storia, me lo chiese: 'Come fai ogni anno a trovare l'energia? Non ti viene voglia di cambiare?'. Hai ragione, ma per me è una cosa naturale essendo cresciuto qui. Per me trovare quell'energia e la forza di dimostrare di potermi meritare quel sogno che avevo sin da bambino è sempre stata una sorta di responsabilità, oltre che per i tifosi ma anche per me stesso. Bisogna far capire bene anche cosa vuol dire 'bandiera'. Bandiera non vuol dire che, per forza di cose, tu stai tantissimi anni dentro una società, ma è quello che tu dai nel quotidiano, anche in poco tempo. Io ho sempre fatto l'esempio di Tevez: è rimasto poco alla Juve, ma in quel tempo lui è stato una bandiera per come si comportava in campo, nello spogliatoio".
L'aneddoto sull'arrivo di Dybala
"Essere una bandiera non mi è mai pesato - ha detto Marchisio -, mi ha dato sempre una grande carica verso i tifosi e anche nei confronti dei giocatori che arrivavano. Ricordo sempre questo episodio in un momento difficile dopo la finale di Champions persa a Berlino. In aereoporto viaggiava con noi Paulo Dybala che sarebbe stato il nuovo acquisto della Juve per l'anno successivo. Lo vedevi che, oltre a essere molto giovane, era molto spaventato. Io andai da lui, gli ho dato il benvenuto e gli ho detto: 'Non siamo tristi, non ti preoccupare perché il prossimo anno ci riproviamo ancora'. Quindi di fargli capire la responsabilità di vestire la maglia della Juve".
La frase su Napoli
Una volta ha detto: 'Il Napoli mi stava antipatico in senso agonistico': "All'inizio mi spaventai molto perché avevo i miei genitori in vacanza a Napoli. Stavando girando là ed ero un po' preoccupato. Alla fine è andato tutto bene. Ma quella frase l'ho detta per esprimere un complimento alla società Napoli perché in quegli anni era la nostra rivale più importante. Volevo condividere l'importanza di una società che negli anni precedenti ha vissuto delle difficoltà ed è riuscita poi a tornare a livelli importanti di competitività. Da qui sappiamo anche come certe notizie vengano modificate e cambiate per andare a creare dell'astio. Mi ha dato fastidio il fatto di non aver chiesto a me un confronto su quello, ma di dare voce ad altri... Da quel momento poi fai un po' più attenzione a cosa dici e a chi lo dici quando fai determinate interviste. Quell'intervista è andata su un giornale di moda e quel giornalista probabilmente non era abituato a sentire determinate parole sportive".
L'infortunio, Ronaldo e l'addio al calcio
Marchisio poi parla del suo infortunio: "La prima cosa che ho perso è la fiducia. Ti puoi allenare tanto per migliorare determinati aspetti ma il tuo corpo quella rottura ormai l'ha registrata. Negli allenamenti ma anche in campo, certi movimenti non riuscivo più a farli come prima. Quindi ci lavori perché diventa un impedimento e devi superarlo. Quando sei molto competitivo, e io lo sono, è difficile da accettare una cosa del genere". Su Cristiano Ronaldo: "I giovani se devono osservare un grande professionista per migliorarsi sotto tutti i punti di vista lui è un grande esempio. Non è facile perché lui ha sempre avuto una forza mentale enorme per fare quello che ha fatto. Mi colpisce di lui la continuità". Sull'addio al calcio: "Giochiamo a calcio dall'età di 5 o 6 anni, lo facciamo per tutta la vita fino al giorno che devi smettere. Lì non è nemmeno il fatto di riconoscere che non ce la fai ma è il cosa faccio dopo. Questa cosa non mi ha mai spaventato perché a 27-28 anni ho aperto la prima agenzia di comunicazione e marketing. Finivo allenamento e al pomeriggio andavo in ufficio. Guardavo già oltre. Mi mancherà sempre il campo però in realtà non mi manca".
I rimpianti nella vita di Marchisio
Sui rimpianti: "Facile. Sicuramente una delle due Champions si doveva portare a casa. Cosa non ha funzionato? Che gli altri hanno fatto più gol di noi. Purtroppo sono cicatrici che rimangono, a volte le riguardo e penso a cosa si poteva fare meglio ma ormai resta il passato. Per questo restano dei grandi rimpianti. L'altro è quello di non aver chiuso la carriera alla Juve". Sulla grandezza della Juve poco sottolineata all'epoca: "Il tempo porterà a riconoscere grandi cicli vincenti. Adesso vediamo una Juve che latita in posizioni importanti per giocarsi di nuovo dei trofei, forse in questo momento ci sono sempre dei paragoni. Andiamo sempre a cercare il passato quando le cose non vanno, ma bisogna avere fiducia nel presente per lavorare per il futuro. Mai mi sarei sognato di poter far parte di un ciclo così vincente ed è stato veramente molto bello".
La richiesta a Conte durante l'addio di Del Piero
Sulla parole sostituzione: "La si prende un po' come una parola negativa, come il sacrificio che diventa quasi pesante. In realtà ci sono anche sostituzioni belle: quando giochi bene e l'allenatore ti cambia per farti prendere la standing ovation dello stadio. L'anno del primo scudetto con Conte nel giorno dell'addio di Del Piero gli chiesi se potessi entrare io al suo posto per chiudere un cerchio, siccome io sono arrivato alla Juve nel '93, anno in cui arrivò Alex e ho sempre sognato di diventare come lui con la 10 sulle spalle, poi ho cambiato ruolo con l'8 ma poteva essere una bella chiusura. Alla fine per una questione tattica non mi ha accontentato".
L'addio Juve e l'esperienza in Russia
Sulla musichetta della Champions: "Il primo ricordo di questa canzone è stato quando facevo il raccattapalle. Andavamo nel cerchio di centrocampo al Delle Alpi a sventolare il telone della Champions. Tutti i ragazzi con il mio stesso sogno e sono stato, insieme a Giovinco e De Ceglie, a raggiungerlo". Sul rapporto con i social: "Mi è sempre piaciuto interagire in chat private con alcuni che arrivavano a darti giudizi pesanti o che ti aprivano gli occhi per qualcosa. Mi è sempre piaciuta questa cosa di condividere, capire chi sta dall'altra parte e provare a fargli cambiare anche idea". Sull'esperienza in Russia: "Difficile inizialmente per i miei figli. È stata una bellissima esperienza, un calcio molto fisico e difficile, alcune partite giocate a 18 gradi ma anche a -18 gradi... Una città fantastica ed è stato un bel ricordo. Ho condiviso una bella esperienza". In Italia oltre alla Juve: "No, ho sempre avuto il fascino del Milan ma il fatto di scegliere la Russia è stato anche per quel motivo lì".
La nuova vita da agente
Poi l'intervista si sposta sugli oggetti della vita di Marchisio e il primo è un foglio e una penna: "A me è sempre piaciuto molto scrivere. Quando andavo a giocare in trasferta scrivevo sempre delle cartoline per casa. Ora questa penna e i contratti fanni parte in maniera diversa: prima li firmavo da calciatore mentre ora cerco di dare una mano ai giovani con l'agenzia di procura che ho fondato per cercare di far raggiungere i loro sogni. Io nella sede dell'Inter? Me l'hanno chiesto in tanti, ma è cambiato il mio ruolo. Se uno vuole essere un professionista nel proprio lavoro non può guardare a quello. Non cambierà mai la mia fede che è quella juventina ma nel lavoro devo essere professionale. Questa nuova veste è abbastanza particolare perché a oggi lo si sta esasperando un po' troppo. Vado a vedere tante partite a livello giovanile e vedo degli approcci abbastanza aggressivi perché già all'età di 12-13 anni li si convince ad aver bisogno di un agente. Io credo che, invece, bisogna andarci molto cauti e leggeri perché bisogna essere bravi a stare accanto a loro e alle famiglie".
L'Italia e il sogno realizzato
L'altro oggetto è una maglia dell'Italia: "Questo è stato un altro bel sogno realizzato. La maglia della propria Nazionale è un qualcosa di più rispetto al sogno che avevo da bambino. La prima chiamata è arrivata grazie a Ferrara che è stato lui a mettermi per primo a fare la mezzala, non Conte. Da qui Lippi decise di chiamarmi per un'amichevole in Svizzera, non ci credevo. Stavo migliorando e crescendo con la Juve ma quella chiamata in quel momento non me l'aspettavo. Una grandissima sorpresa".
La rottura con l'agente e l'importanza di Allegri e Conte
Marchisio spiega: "Forse qualcuno si aspettava trasparenza da parte mia nel dire qualcosa ma anche dall'altra parte. Qualcosa è successo. Però se la scelta è stata fatta è perché mi ha permesso di continuare a fare quel che volevo fare, ovvero indossare la maglia della Juve e mi ha portato a vincere tanto. Questa è stata la scelta". Su Allegri: "Lui e Conte sono stati i due più importanti, li metterei al primo posto. Molto diversi ma che mi hanno fatto crescere e insegnato tanto. Forse più padre Max e più insegnante Antonio ma forse perché ero anche più giovane e avevo più cose da imparare".
Marchisio-Juve e Del Piero
Tra gli ex compagni chi lo ha sorpreso di più nel post carriera: "Leo dovrebbe iniziare a fare l'allenatore, quindi aspettiamo un attimo. Lui ce l'aveva anche da giocatore questa intenzione. Non mi sorprende De Rossi perché secondo me è un grande allenatore. Oggi mi sorprende non vedere Del Piero in società, sappiamo com'è ma per la persona che è mi piacerebbe tanto vederlo dentro il club. Marchisio dentro la Juve? Perché no, vediamo... Non è mai arrivata una proposta e al momento non ho quella intenzione. Io sono concentrato sul mio percorso di crescita e mi sono buttato con tutte le energie a lavorare sui giovani. La mia esperienza può dare una grande mano a questi ragazzi. Invidia per Chiellini? No, fa una parte un po' diversa e anche lui aveva già le idee chiare su quel che voleva fare".
L'impatto di Pogba
Il giocatore che lo ha sorpreso al primo allenamento: "È facile. Paul Pogba. È stato veramente impattante. È arrivato nel secondo anno di Antonio, aveva già questa fisicità e queste leve lunghe, un po' alla Ibrahimovic. È arrivato con una grande personalità, ma anche con tanto rispetto di chi c'era nel suo ruolo, sapeva di doversi conquistare il posto. Lui per infortuni e scelte mi sarei immaginato una carriera diversa dopo la Juve: va a Manchester e vince l'Europa League, vince il Mondiale con la Francia ma lui poteva ambire al Pallone d'oro". L'aneddoto di Conte a Miami: "Ci aveva concesso la serata libera con il rientro alle 2 di notte. La mattina seguente io e Vidal siamo arrivati tardi all'appuntamento sul pullman. Io mi stavo ca**ndo addosso mentre Arturo rideva nonostante Conte fosse arrabbiatissimo. La punizione è stata quella di farci correre sotto i 40 gradi di Miami fino a farci star male, soltanto che io e Arturo continuavamo a correre senza problemi mentre tanti altri erano a bordo campo che stavano male".
Spalletti e la nuova Juve
Su Spalletti: "Lui è arrivato in un momento difficile, a livello storico la Juve non ha mai cambiato allenatore così presto a inizio stagione. Da una parte era preoccupante ma dall'altra gli permetteva anche di avere più tempo. La sua mano c'è e si è vista, non basta a volte quello ma mi auguro che possa entrare in Champions e poi in estate, con Spalletti, lavorare per costruire una squadra competitiva e più credibili per cercare di vincere qualcosa. Cosa manca alla Juve? Mancano i giocatori forti. Non bisogna mai confondere che se un giocatore indossa una maglia importante vuol dire che è forte perché poi parlano i risultati di fine stagione. Non è tutto da cambiare perché per costruire una squadra forte ci vogliono dei soldi ma li devi spendere bene". A chiudere il rapporto con Agnelli: "Ci sentiamo spesso, mi è capitato ultimamente dopo alcune sconfitte ma non per entrare nel tecnico ma soltanto per ricordare le vittorie passate. A lui mancherà sempre la Juve". Cosa direbbe al Claudio bambino: "Credici che sta per arrivare il sogno della tua vita".
WHATSAPP TUTTOSPORT: clicca qui e iscriviti ora al nuovo canale, resta aggiornato LIVE
Per tutti è il 'Principino' per i suoi modo eleganti nel vestirsi ma non solo. Claudio Marchisio è una delle bandiere della Juve, nato a Torino e cresciuto nel settore giovanile bianconero fino a poi diventarne un simbolo in campo e fuori, orme che potrebbe ripercorrere anche il figlio Davide. Ed è proprio lui a raccontarsi a 'Giorgia's Secret', un nuovo formato targato Dazn con protagonista di questa puntata proprio l'ex centrocampista.
L'origine del soprannome Principino
L'origine del soprannome, il 'Principino': "Un sorriso perché mi è andata bene, ci sono alcuni soprannomi molto più preoccupanti o orrendi. Principino mi è piaciuto sin da subito e me lo diede Balzaretti negli spogliatoi, ero un ragazzo della Primavera aggregato alla prima squadra di Capello. Arrivavo spesso al campo con camicia e giacche abbastanza eleganti, mentre gli altri si presentavano in tuta o in maniera più easy. Per me è stato sempre così, andavo in camicia a scuola persino alle elementari". Sull'essere visto come perfetto: "È il mio carattere in realtà, ma non sono perfetto. La perfezione non esiste. Questo sopranome qua è da separare perché ok il principino, sempre elegante o gentile anche in campo ma allo stesso l'abito me lo toglievo quando non avevo il pallone, nel senso che quando dovevo rincorrere l'avversario si sporcava ben volentieri e non rimaneva pulito".
La vita privata
Sulla vita privata: "Non è semplice. Quando sei un atleta professionista hai i riflettori addosso e non è semplice, oltre che in campo anche nella vita privata quando passeggi per strada, a uscire da quel personaggio. La gente ti vede come quello che sei in campo e non si aspettano tu sia diverso fuori. Cerchi di essere più naturale possibile ma sai di avere anche certe responsabilità. Cerchi di essere gentile con il tifoso che ti viene vicino. A volte essere libero con le persone non è semplice. Se mi è pesato essere più personaggio che persona? No, questo no. Mi è pesato per la mia famiglia perché vive in un contesto con gli occhi sempre puntati addosso. In certe situazioni quando vuoi essere un po' più libero magari a una festa con una birra o un bicchiere di vino in mano ti guardi attorno e ti chiedi: 'Chi mi sta osservando?'. E in questo contesto non è così semplice".