Ci ha pensato Spalletti, senza particolari voli pindarici o digressioni di ardua lettura, a tracciare il perimetro operativo di chi, da qui alla fine della stagione, sarà chiamato a meritarsi la permanenza a Torino. «Col Milan abbiamo dato seguito al nostro percorso, ma manca l’ultimo sforzo. È qui che capiremo chi è da Juventus e chi no». Vale un po’ per tutti sì, ma specialmente per il più ingombrante dei punti interrogativi bianconeri: Dusan Vlahovic. Le tappe sconnesse e confuse della sua potenziale ultima “epopea” juventina assomigliano a una pellicola cyberpunk di fine anni 90: dalle prestazioni sottotono iniziali al gelo in ottica rinnovo, passando per l’infortunio agli adduttori - che l’ha tenuto ai box per tre mesi -, la conseguente riapertura con la società fino ad arrivare all’ultimo stop, rimediato nel riscaldamento del match con il Genoa.
Infortunio e rinnovo
L’episodio chiave. O meglio: la goccia che ha fatto traboccare il vaso delle perplessità juventine, emerse nel corso della sosta per le nazionali, e cioè quando Dusan si era allenato con regolarità, seppur con un gruppo atipico, tra esclusi dalle nazionali e ragazzi di primavera e Next Gen. Gli screening fisici a cui si era sottoposto alla Continassa raccontavano di un profilo ancora a mezzo servizio, acciaccato e appesantito dagli strascichi di problematiche che andavano ben oltre il guaio agli adduttori. Da qui la scelta della società di archiviare, almeno per il momento, i discorsi per il rinnovo, arenatisi settimane prima per via di distanze economiche tra richiesta e offerta. Per intenderci, la Juve non si è mai detta disposta ad andare oltre un biennale a 6 milioni l’anno più bonus. Ora lo scenario è destinato a mutare ulteriormente, alla luce del rientro tardivo del serbo. Per sedersi nuovamente a un tavolo serviranno risposte concrete anzitutto sul piano fisico (Vlahovic in carriera non è mai rimasto indisponibile così a lungo) e poi su quello delle prestazioni.