Una vita nel calcio. Un bel pezzo di questa trascorsa a Vinovo: voluto da Antonio Conte e poi legatissimo a Max Allegri. Simone Padoin, sul solco degli ultimi grandi vincenti di casa Juve, al primo anno da allenatore della Primavera ha già un trofeo da poter vincere: la Coppa Italia. Domani alle 17 la finale contro l’Atalanta all’Arena Civica di Milano. Un appuntamento con la storia per i bianconeri, la cui ultima affermazione risale al 2013. Ora tocca a Padoin rinfrescare un albo d’oro fermo da 13 anni.
Simone Padoin, quant’è cambiata la sua vita da quando allena? «Tanto, soprattutto a livello mentale. Da collaboratore a primo allenatore il salto è notevole. Fatichi a staccare con la testa. All’inizio mi sentivo nervoso, col passare dei mesi sono riuscito a trovare un equilibrio: il rischio è di sentirsi sempre colpevole di tutto, soprattutto quando le cose non vanno come vorresti. Ma mi vedo migliorato rispetto ad inizio anno».
Incide, nei giocatori, il fatto di aver avuto una grande carriera in Serie A alle spalle? «I ragazzi sono abituati a nomi anche più importanti del mio in panchina. I giovani sono pronti, ma il fatto di aver giocato a buoni livelli vuol dire poco: ti può aiutare nell’approccio, ma se non sei preparato a gestire il gruppo ti scoprono subito. Mi sono rivolto a loro con curiosità, senza avere la verità in tasca».
Cosa significa lavorare nel vivaio? «Nel settore giovanile, tra un girone e l’altro, c’è tanta differenza in termini di maturazione dei ragazzi. Alla Juve siamo fortunati perché partiamo sempre con gruppi molto giovani: dall’Under 17 alla Primavera il salto è importante, all’inizio alcuni sono spaesati. Nel secondo semestre si raccolgono i frutti».
Domani giocherete una finale di Coppa Italia, eppure a inizio stagione avete fatto fatica. «Decisamente. Anche il pre-campionato è stato altalenante. Poi siamo cresciuti: ci sono mancate delle vittorie, per esempio col Lecce in campionato o in Youth League col Pafos. Quel pareggio ci è costato il passaggio del turno. I ragazzi nel tempo hanno capito l’importanza di ogni singolo minuto in campo».
