In una lunga e intensa intervista a “The Climb”, il canale YouTube di Marialuisa Jacobelli, Mattia Perin si è raccontato senza filtri tra calcio, fragilità e crescita personale. Il portiere della Juventus ha ripercorso le aspettative vissute da giovanissimo, gli infortuni che lo hanno portato a pensare al ritiro e il lavoro mentale che gli ha cambiato la carriera e la vita. Dai momenti più bui alla rinascita, Perin ha parlato anche del rapporto con i social, della disciplina imparata accanto a Cristiano Ronaldo e dell’importanza dell’equilibrio. Un racconto profondo e autentico, in cui il talento lascia spazio soprattutto al carattere, alla resilienza e alla capacità di rialzarsi.
Perin, la pressione e la gioventù: "Non ero pronto"
Perin ha iniziato l'intervista parlando delle aspettative sin da quando era giovane: "Se mi hanno pesato? Ma ti dico la verità, non mi è pesato perché ero molto spensierato, soprattutto intorno ai 19, 20 anni, 21, quindi mi vivevo molto il presente senza tante sovrastrutture di quello che veniva detto. Mi faceva assolutamente piacere, mi dava anche comunque, nell’accezione positiva del termine, un po’ di spavalderia perché tutti parlavano bene di me, quindi mi dava fiducia anche ed era quello che poi serve quando vai in campo: totale fiducia in se stessi per poter essere più prestativi possibili.
Se mi sentivo pronto in quel momento o pensavo che fosse troppo presto? Col senno del poi credo che, guardando chi sono diventato oggi e chi ero 15 anni fa, non ero assolutamente pronto. Però probabilmente non pensavo tanto, che a volte è una qualità e a volte è un difetto. Rivedendomi un po', non ero assolutamente pronto. Nel proseguo della mia carriera ogni volta che ho avuto dei periodi down, di sofferenza, mi sono serviti per avere la voglia di migliorarmi".
"Così ho capito di fare il calciatore"
Il portiere della Juve ha poi parlato della sua vita sportiva, il calcio: "Quando ho capito che poteva essere il mio destino? Allora, un po' di tempo fa un autore mi ha chiesto di scrivere la prefazione di un suo libro. Il libro si chiama 'Qual è la tua missione?' e quindi mi sono un po’ analizzato, cercando di capire quando ho capito di voler fare il calciatore. Mi sono chiesto: ho mai voluto fare altro? E andando indietro con la memoria non ho mai voluto fare altro. I miei genitori mi hanno sempre insegnato a essere umile, con i piedi per terra, però io ho sempre pensato che avrei fatto il calciatore. Non in maniera presuntuosa o spavalda: era come se veramente non avessi nessun’altra scelta.
Sapevo che sarei arrivato a fare quello che amo, perché lo amo tutt’ora. Quando i miei genitori mi dicevano: ‘Mattia, guarda, devi studiare…’. Poi grazie comunque alla loro presenza, perché sono andato via di casa a 13 anni, ma loro ci sono sempre stati. Mia mamma all’inizio era totalmente contraria. Un giorno le dissi: ‘Pensa quando sarò grande e ti rinfaccerò il fatto che non mi hai permesso di fare il calciatore’. E dopo 2-3 giorni parlarono con mio padre e decisero di farmi andare. Ho sempre saputo che sarei arrivato a fare questo".
Il carattere e il talento
Quanto basta il talento e quanto serve altro? Perin ne ha parlato: "Questa è una domanda interessante perché c’è un dibattito continuo su questa cosa qui. Io credo che il talento serva ad aprirti le porte e a farti arrivare in alto, ma quello che ti permette di restare, di non cadere o di cadere e sapersi rialzare è il carattere. C’è una frase bellissima di James Hillman, psicologo e filosofo americano, nel suo libro Il codice dell’anima: ‘Tutti nasciamo con un talento, ma è il carattere che lo realizza’. E allora dobbiamo domandarci: il carattere è già un talento? È giusto tutelare il talento, esserne orgogliosi, essere grati di avercelo, ma il vero talento secondo me è il carattere che ti permette di dare luce a quel talento".
Il momento più duro e il pensiero al ritiro
Il portiere della Juve ha poi affrontato anche altri temi delicati, legati ai suoi infortuni: "Qual è stato il momento più duro? Allora, il secondo crociato sicuramente mi ha dato una mazzata incredibile. Poi dico sempre: nella vita ci sono cose molto più gravi di un infortunio sportivo. Però nell’ambito della carriera professionistica ti toglie tanto, dal punto di vista fisico e del tempo. Il secondo crociato è stato disarmante per me. Ho fatto la spalla destra nel 2015, il primo crociato ad aprile 2016 e il secondo crociato a gennaio 2017. Quello mi ha dato il colpo di grazia. Dopo due anni ancora la spalla destra. Mi ricordo che avevo fatto cinque operazioni in cinque anni. Dopo l’anestesia torno in camera, c’erano i miei genitori e io comincio a piangere dicendo: ‘Basta, non ce la faccio più, voglio smettere di giocare’. Avevo 26-27 anni. Nel frattempo arrivò il mio agente Alessandro Lucci e gli dissi: ‘Basta, io non voglio più giocare, non mi diverto più’. Stava diminuendo la passione. E lui mi disse: ‘Va bene Mattia, ma datti almeno l’ultima possibilità’. Quelle parole fecero riaccendere una scintilla dentro di me. Mi disse: ‘Perché non provi a lavorare con una mental coach?’”
Poi ha proseguito: "Se ho mai pensato 'tornerò forte come prima?' Sempre. Ogni infortunio grave porta quel punto interrogativo: tornerò mai come prima? Però mi sono accorto di una cosa importante: non so se sono tornato meglio o peggio, ma sono tornato sicuramente diverso. E quella nuova versione di me mi piaceva di più della precedente. Quegli stop mi hanno permesso di lavorare a livello introspettivo incredibilmente. Sono andato nel profondo di me stesso a cercare risorse che non credevo neanche di avere. Non so se sono diventato un giocatore più forte, ma sicuramente un uomo più forte sì".
"Il portiere è il ruolo più difficile"
“Cosa mi ha insegnato il calcio? Tutto. Ho imparato da qualsiasi compagno di squadra, allenatore, magazziniere, massaggiatore. Questo è il mio 15º anno di Serie A e ho vissuto spogliatoi con personalità importanti dal punto di vista umano. Se penso di avere una qualità è la curiosità. Mi ha portato a conoscere le persone, farmi raccontare i loro vissuti e imparare qualcosa da ognuno. Il calcio mi ha insegnato disciplina, rispetto del compagno, dell’avversario e del gioco stesso. Quanto conta la forza mentale per un portiere rispetto ad altri ruoli? Secondo me il portiere è il ruolo più difficile negli sport di squadra. Devi essere bravo con i piedi, con le mani, saper uscire, avere leadership, carisma e una forza mentale incredibile. Per quanto riguarda la forza mentale, credo che serva in tutti gli ambiti della vita. Ci vuole coraggio nel saper venire fuori dai momenti negativi o bui".
Come gestisco l’errore sapendo che pesa più degli altri? Prima di iniziare a lavorare dal punto di vista mentale lo vivevo malissimo. Se sbagliavo in allenamento non vedevo l’ora che arrivasse il giorno dopo per riprovare quella cosa. In partita era devastante, mi volevo strappare la pelle di dosso, mi chiudevo a casa a vedere documentari perché non mi faceva pensare. Poi lavorando ho capito che gli errori fanno parte del percorso. Non c’è mai stato nessuno che è arrivato alla vittoria senza sconfitte o fallimenti. Prendiamo l'esempio di Michael Jordan. Adesso quando commetto un errore mi dico: ‘Adesso ho ancora una partita da finire, posso ancora essere determinante’. E quella parte critica dentro di me svanisce e mi permette di poter finire la partita".
Il rapporto con i social
Perin ha affrontato un altro tema importante, il giudizio esterno: Se ho mai sentito il peso dei giudizi? Sì, mentirei se dicessi di no. Però con il tempo ho capito che va bene ricevere complimenti ma anche critiche costruttive. C’è una frase di Hegel che mi ha cambiato: ‘Non dipendere dall’opinione pubblica è la prima condizione per fare qualcosa di grande’. Nel mondo di oggi l’odio arriva prima dell’amore. Credo che valga sempre la pena divulgare amore e non odio". Come gestisco i social? Quando ero più giovane guardavo i commenti, soprattutto quelli positivi perché mi gratificavano. Adesso non li guardo più. Non permetto a una persona, nel bene o nel male, di cambiare la considerazione che ho di me stesso. So quando faccio bene e quando faccio male. Come sono arrivato a questo? Lavorando su me stesso, cercando di conoscermi senza menzogne, prendendo il brutto e il bello di Mattia". Poi ha proseguito: "Se c’è una frase o un pensiero che mi ha aiutato nei momenti bui? Ho un quaderno dove mi scrivo frasi e pensieri. Ce n’è una che dice: ‘Per quanto sia vasta l’oscurità, devi procurarti da solo la tua luce’. Puoi sprofondare migliaia di volte, ma conta quante volte sai rimetterti in piedi. È fondamentale avere accanto persone che non ti rialzano al posto tuo, ma ti tendono la mano. Io sono fortunato perché la mia famiglia, il mio agente, mia moglie, mi hanno sempre detto 'noi ci siamo'"
L'arrivo alla Juve
Perin ha raccontato poi il suo arrivo alla Juve, dopo tutto quello che precedentemente aveva passato: "Non ci credevo più. Avevo 25-26 anni, tanti infortuni alle spalle. Non pensavo più di poter arrivare a una top squadra mondiale, per storia e tradizione credo una top 5 al mondo. La Juventus è stata la chiusura di un cerchio enorme. Ogni tanto ancora oggi quando indosso la maglia guardo lo stemma e mi dico: ‘E' la Juventus'”. Poi di nuovo l'intervista si è focalizzata sulla sua persona: "Chi è Mattia Perin fuori dal campo? Ho diverse passioni e mi aiutano tanto. Ho iniziato a suonare il pianoforte a 25 anni. Sono molto appassionato di enologia. Mi piace conoscere le storie delle persone che lavorano la terra. Mi piace leggere, stare con gli amici, condividere esperienze.
Cosa mi ha insegnato il dolore? Il dolore mi ha permesso di conoscermi realmente. Nel successo non vedi le cose con lucidità. Il dolore è il motore principale della nostra realizzazione. Mi ha aiutato a trovare equilibrio, senza dolore non avrei raggiunto risultati. Che rapporto ho con la felicità oggi? La felicità svanisce presto perché la vivi intensamente, sono attimi come diceva Totò. Invece nelle emozioni negative restiamo più a lungo perché le combattiamo. Ho imparato a vivere anche la frustrazione e il dolore con intensità. E così svaniscono più velocemente. Quanto è importante l’equilibrio nella vita? Fondamentale. Sono alla ricerca costante dell’equilibrio e spesso mi capita di perderlo perché siamo esseri umani. Quello che mi fa perdere più l'equilibrio è il mio lavoro, che mi porta via quasi tutto. Ci stai talmente dentro che togli anche tempo alla famiglia. Se sono orgoglioso del mio percorso? Sì, assolutamente".
"Così la mia mental coach mi ha congedato"
"Quante volte sei caduto senza farlo vedere a nessuno?". Perin ha affrontato anche questa pagina della sua vita: "Costantemente. Poi arriva il momento in cui senti il bisogno di confidarmi e aprirmi. Vado dallo psicologo e lo consiglio, perché non nasciamo conoscendo le articolazioni della nostra testa e della nostra anima". Poi il portiere della Juve ha raccontato un aneddoto riguardo il rapporto con la sua mental coach: "Nicoletta a settembre aveva incontrato un ragazzo che era stato 10 anni in Tibet e le raccontava che dopo i primi tre anni che aveva vissuto con questo maestro, a un certo punto quello gli disse: ‘Basta, te ne devi andare da qui, non ti voglio più vedere. Perché non ho più niente da insegnarti, devi andare da qualcun altro'. Nico mi chiamò il giorno dopo. Mi disse: ‘Mentre questo ragazzo parlava di questa cosa, mi sei venuto in mente tu, perché sono sette anni che lavoriamo insieme, sei diventato… credi talmente tanto nelle cose che hai imparato, che cerchi anche di condividerle con gli altri. Secondo me il nostro percorso ad oggi è finito, nel senso che ci possiamo sentire e chiamare quando vuoi, ma devi avere fiducia in te stesso, che hai tutti gli strumenti per uscirne da solo'. E per certi versi è vero, ma per certi versi non ho la formazione, non ho studiato psicologia, non ho studiato coaching, quindi credo che serva sempre…".
"Da Cristiano ho imparato tanto"
"Cosa consiglierei a un ragazzino di 14-15 anni che sogna di diventare il portiere della Juve? Talento, carattere, disciplina e forza di volontà sono fondamentali. Però la cosa principale è il divertimento. Quando perdi il divertimento hai perso l’essenza del calcio. Certo quando cresci diventa più complesso con altre pressioni, ma ce la puoi fare" - ha spiegato Perin. Poi ha proseguito: "Conta più la disciplina del talento? Sì. La disciplina è fare cose che non ti andrebbe di fare e farle come se le amassi. Devi amare ciò che odi fare. Come quando vado a fare la doccia fredda, ma do un messaggio a me stesso dicendo che sono pronto a farle. Ho imparato tantissimo da Cristiano Ronaldo, Chiellini, Bonucci, Pjanić, Mandžukić, Barzagli. Erano attentissimi al dettaglio. Cristiano era incredibile. Arrivavo sempre prima al campo per cercare di essere il primo… ma c’era sempre già qualcuno lì. Anche quello che fai a casa conta, quando vai a dormire".
Poi ha concluso: "Cosa mi rende felice? Mi rende felice poter essere un buon padre, un buon compagno, un buon marito. Vorrei essere per gli altri quello che alcune persone sono state per me. Non ho niente da insegnare a nessuno, ma vorrei condividere le mie esperienze per aiutare qualcuno. Come riassumerei il mio percorso? Resistenza, resilienza, intermittenza. È stata una carriera vera, non perfetta, non lineare. Posso essere felice perchè quotidianamente ho fatto sempre vedere me stesso in tutte le versioni perché da giovane ero squilibrato. Posso aiutare i giovani? I giovani d'oggi sono molto più centrati".
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In una lunga e intensa intervista a “The Climb”, il canale YouTube di Marialuisa Jacobelli, Mattia Perin si è raccontato senza filtri tra calcio, fragilità e crescita personale. Il portiere della Juventus ha ripercorso le aspettative vissute da giovanissimo, gli infortuni che lo hanno portato a pensare al ritiro e il lavoro mentale che gli ha cambiato la carriera e la vita. Dai momenti più bui alla rinascita, Perin ha parlato anche del rapporto con i social, della disciplina imparata accanto a Cristiano Ronaldo e dell’importanza dell’equilibrio. Un racconto profondo e autentico, in cui il talento lascia spazio soprattutto al carattere, alla resilienza e alla capacità di rialzarsi.
Perin, la pressione e la gioventù: "Non ero pronto"
Perin ha iniziato l'intervista parlando delle aspettative sin da quando era giovane: "Se mi hanno pesato? Ma ti dico la verità, non mi è pesato perché ero molto spensierato, soprattutto intorno ai 19, 20 anni, 21, quindi mi vivevo molto il presente senza tante sovrastrutture di quello che veniva detto. Mi faceva assolutamente piacere, mi dava anche comunque, nell’accezione positiva del termine, un po’ di spavalderia perché tutti parlavano bene di me, quindi mi dava fiducia anche ed era quello che poi serve quando vai in campo: totale fiducia in se stessi per poter essere più prestativi possibili.
Se mi sentivo pronto in quel momento o pensavo che fosse troppo presto? Col senno del poi credo che, guardando chi sono diventato oggi e chi ero 15 anni fa, non ero assolutamente pronto. Però probabilmente non pensavo tanto, che a volte è una qualità e a volte è un difetto. Rivedendomi un po', non ero assolutamente pronto. Nel proseguo della mia carriera ogni volta che ho avuto dei periodi down, di sofferenza, mi sono serviti per avere la voglia di migliorarmi".