Ciro Ferrara, tra tutti i campioni con cui ha giocato, chi mette sempre nella sua squadra?
«In porta, Peruzzi. Bruscolotti terzino destro, poi Cannavaro e Montero. A sinistra Maldini, compagno di Nazionale. In mezzo Zidane, Conte e Nedved; davanti Vialli con Del Piero. E naturalmente Maradona».
E Di Livio?
«Certo che lo metto: in panchina».
Ma come si calcia un rigore in finale di Champions League?
«Non lo so, onestamente. Non sono mai stato un rigorista, qualcuno l’ho calciato col Napoli, però... però era la Champions. Ho cambiato idea 5 o 6 volte. Vedevo Van der Sar: era enorme. E pensavo ai miei parenti in tribuna, a Roma».
Quel gruppo era strepitoso.
«C’è una foto, al Comunale, dopo un allenamento. Nessuno fa una faccia seria: lo spirito era quello. E gli allenamenti massacranti».
Il metodo Ventrone?
«Lo conoscevo già dai tempi di Napoli: ero già settato. Aveva tante idee innovative, è stato fondamentale. Solo Di Livio, con lui, faceva finta di lavorare (ride, ndr)».
Riavvolgendo il nastro: Borussia-Juve 1-3, 7 in pagella.
«Andare lì e dimostrare questa personalità ha subito fatto capire che quell’anno eravamo molto concentrati sull’obiettivo. Poi il Westfalen Stadion: li sentivamo, eccome, i tifosi avversari».
Il ricordo del 1996
Con la Steaua Bucarest, si legge dalle pagelle, fa «recuperi impossibili». Cioè?
«Sinceramente? Li ho trascinati! Nella prima fase, il percorso è stato netto, salto i Rangers e poi la trasferta di Bucarest: impressionante. L’aereo non partiva e siamo arrivati a ridosso della partita per il ghiaccio. Era pure la prima di Lombardo dopo un grave infortunio: bel battesimo...».
Poi le due con il Real Madrid. Gioca la prima, salta la seconda.
«Avevo la febbre! Una sensazione bruttissima vedere i miei compagni dalla tv. Ma la partita con il Real ci ha fatto capire le nostre qualità. Lippi ci disse: “Ragazzi, magari loro sono anche più forti di noi e su dieci partite ne vincono nove. Ma una la vinciamo noi ed è quella di stasera”».
La finale: che partita è stata?
«In una foto si vede un’entrata di Vierchowod incredibile: io sono sotto di lui, dietro di me salta Davids, che già lì capisce cosa sia la Juventus. E infatti, quel rigore sbagliato...».
L’avete poi preso in giro, Davids?
«Ovviamente. Lo facevamo per farlo sentire a suo agio e lo riempivamo di complimenti. Comunque, quella partita, meritavamo di chiuderla prima».
L’ha visto, il rigore di Jugovic?
«Si era presentato sul dischetto con quel suo ghigno: chissà che cavolo si rideva. Io ero a metà campo. C’è una foto che mi ritrae con Luca Vialli: non se la sentiva di guardare il rigore e quindi volgeva lo sguardo dalla parte opposta, finché non ci siamo resi conto di essere diventati campioni d’Europa. Siamo caduti in un abbraccio, insieme. Quel momento resterà per sempre nel mio cuore».
Luca Vialli per Ferrara
Luca Vialli, per lei.
«Il nostro leader. Il capitano per eccellenza. Aveva la capacità di empatizzare, a volte di essere severo. Il rapporto che ci legava è iniziato addirittura a metà anni Ottanta, insieme per il servizio militare. A lui ho dedicato un piccolo pensiero».
Prego.
«La prima volta che ci incontrammo, ci salutammo stringendoci la mano. “Piacere, Luca” - dicesti. “Piacere, Ciro” - risposi. Avevamo pressappoco la stessa età, era il 1986 ed entrambi prestavamo servizio militare nella Nazionale. Siamo stati per molto tempo avversari e, nel contempo, profondamente amici. Quando ci incontravamo sul campo, per sfidarci, quasi non ci salutavamo. Ma fuori dal campo arrivammo ad essere perfino inseparabili, condividendo molto del nostro privato, viaggi e vacanze. Ci sono tanti episodi divertenti che ancora oggi mi tornano in mente, e mi ritrovo a riderne come se fossero accaduti pochi istanti prima. Per esempio, quella volta che, per una scommessa persa, fosti costretto a correre senza veli intorno al campo che si trovava appena fuori da un hotel, durante una delle tante trasferte. Eravamo perfidi nello stabilire le penalità, ma ci divertivamo come matti. Tu eri maestro di ironia e scrivevi delle storie in rima, tirando in mezzo tutti i compagni e il mister: quando eravamo in ritiro, le leggevi nella sala ristorante durante la colazione e il simpatico siparietto divenne nel tempo quasi un rito, un acceleratore del buon umore. Ciò che più mi manca di te, amico mio, è questa pienezza umana, fatta di gioco, ironia, bontà d’animo, serietà, intelligenza, profondità spirituale… Mancano quegli sguardi d’intesa, i sorrisi di chi sta gustando il succo della giovinezza e della vita. Mancano soprattutto gli abbracci impetuosi e incontenibili, come quello che, in una notte di maggio, sigillò una vittoria epica. Ti buttai a terra, e restammo intrecciati, con il cuore a mille, felici e senza fiato. Il destino è stato davvero troppo crudele con te. Lo è stato con te e con chi ha dovuto accettare di perderti senza poter fare nulla per evitarlo. La forza ce l’hai data sempre tu, anche mentre stavi male. La prima volta che ci incontrammo, ci salutammo stringendoci la mano. “Piacere, Luca” - dicesti. “Piacere, Ciro” - risposi. Mai avrei pensato che avresti scritto il mio nome nella lista dei cinque tuoi più cari amici, i soli che hai voluto al tuo funerale».
Emozionante.
«Volevo condividerlo per farcapire cos’abbia rappresentato Luca per tutti quanti noi. Per me, poi, in particolare. Ricordo perfettamente quando ero lì per lasciare Napoli: mi chiamava tutti i giorni per dirmi di venire alla Juventus».
La famiglia Agnelli e la lezione di Lippi
Altro tema libero: Famiglia Agnelli.
«Con il dottor Umberto avevo un ottimo rapporto. Sono andato a conoscerlo durante il mio primo giorno a Torino. Mi ha fatto: “Benvenuto, Ferrara. Sappia una cosa: qui dobbiamo vincere”. E io: “Dottore, non si preoccupi: ci proveremo”. E lui: “No, forse non ci siamo capiti...”. C’era fare, non provare».
E l’Avvocato?
«Primo anno, trasferta a Lisbona, eravamo in aeroporto. Mi ha dato la mano, dicendomi: “Salve, Ferrara. Benvenuto a Torino. Mi dica una cosa: com’era Maradona?”. Sono cascato dal pero: pensavo chiedesse di me, della famiglia, di come andavano i primi giorni. Poi ancora: “E com’è Zola?”. Dietro avevo Luca Vialli che rideva a crepapelle».
Qual è stata la più grande lezione che le ha lasciato Lippi?
«La capacità di saper creare un gruppo con qualità, intanto umane e poi tattiche. Nella famosa partita con il Foggia ci ha cambiato. Disse: adesso basta, non voglio più vedere una squadra passiva, ma una che abbia il coraggio di andare a prendere i propri avversari nella loro metà campo».
Com’è stato portare in giro quella coppa?
«Il coronamento di un lavoro intero, che è pure quello dell’anno precedente. Allora, in Champions, andava solo chi vinceva lo scudetto. Non potevi mollare. Ma ricordo anche l’avvicinamento all’Olimpico, in pullman: vedevo tifosi ovunque, percepivi la voglia di fare la storia».
Che effetto le fa essere un pezzo da museo nella storia della Juventus?
«Mi fa notevolmente piacere. Non era scontato restare tanti anni, raggiungere tanti obiettivi. Perdere anche qualcosa di importante, purtroppo. Sono felice dell’esperienza che mi ha dato la Juve: è stato un altro step nella mia carriera».
Delle tre finali perse, qual è quella che brucia di più?
«Con il Real non l’ho giocata: mi ero fratturato tibia e perone qualche mese prima. Ci sta che possa bruciare il gol di Mijatovic, però con il Borussia eravamo proprio più forti. Questa, ahimé, è la bellezza della competizione: se in campionato vivi di costanza, qui basta una partita storta e sei fuori».
La Juve di oggi e del futuro
Ha citato l’infortunio: aveva ricevuto migliaia di lettere che le auguravano pronta guarigione.
«Sì, e infatti dissi: “Ditemi cos’ho davvero!” (ride, ndr). In quell’occasione l’Avvocato Agnelli mi venne a trovare in ospedale alle 7 del mattino, mettendo tutti in agitazione: mi raccontò delle sue fratture. Poco dopo una delegazione della squadra: mi portarono una protesi di gamba firmata da tutti. Che bastardi...».
Vive a Torino, ama Napoli.
«Ormai sono 32 anni. Due città e due socie tà che mi hanno dato davvero tanto. Quando posso torno a Napoli, dove ho i miei affetti. So che sono due tifoserie avversarie, però sono felice di quel che sono riuscito a dare a entrambe. Pur vivendo a Torino da anni, sono napoletano e orgoglioso di esserlo».
Cosa vuol dire essere un giocatore della Juventus?
«Una grande responsabilità. Questa società ha una storia importantissima, fatta di grandi successi, di enormi calciatori. I miei compagni sono stati fondamentali per farmi capire il peso della maglia».
Ora, questo lavoro di consapevolezza, lo sta facendo Spalletti?
«Non c’è dubbio che possa farlo, ma ma servono anche giocatori di spessore. Per me ha tutte le caratteristiche per infondere nella testa dei ragazzi questa mentalità. Per me è importante che ci sia un gruppo solido, però. Non per tornare al ‘96, ma noi avevamo la possibilità di disporre di tanti giocatori italiani. Forti. Veramente forti. Per me fa ancora la differenza: ti dà una conoscenza del campionato, delle pressioni e delle tensioni. Penso a Zidane: ha iniziato con grosse difficoltà, poi è emerso ed è stato quel giocatore stratosferico che ricordiamo. Il merito è stato soprattutto del gruppo».
Uno come Bernardo Silva aiuterebbe?
«Grandissimo giocatore. Però penso a Modric, De Bruyne: tutti fenomeni. E mi chiedo: ma com’è che alla loro età fanno ancora così tanto la differenza? Ben vengano, ma non a un’età così avanzata. Intanto i nostri giovani forti, come Calafiori e Tonali, se ne vanno all’estero».
Rinconfermerebbe Vlahovic?
«Mi sembra una questione prettamente economica e i soldi, ecco, non è che debba metterli io. Credo non sia sostenibile, considerata la situazione attuale. Le direi di sì, ma a condizioni diverse».
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Ciro Ferrara, tra tutti i campioni con cui ha giocato, chi mette sempre nella sua squadra?
«In porta, Peruzzi. Bruscolotti terzino destro, poi Cannavaro e Montero. A sinistra Maldini, compagno di Nazionale. In mezzo Zidane, Conte e Nedved; davanti Vialli con Del Piero. E naturalmente Maradona».
E Di Livio?
«Certo che lo metto: in panchina».
Ma come si calcia un rigore in finale di Champions League?
«Non lo so, onestamente. Non sono mai stato un rigorista, qualcuno l’ho calciato col Napoli, però... però era la Champions. Ho cambiato idea 5 o 6 volte. Vedevo Van der Sar: era enorme. E pensavo ai miei parenti in tribuna, a Roma».
Quel gruppo era strepitoso.
«C’è una foto, al Comunale, dopo un allenamento. Nessuno fa una faccia seria: lo spirito era quello. E gli allenamenti massacranti».
Il metodo Ventrone?
«Lo conoscevo già dai tempi di Napoli: ero già settato. Aveva tante idee innovative, è stato fondamentale. Solo Di Livio, con lui, faceva finta di lavorare (ride, ndr)».
Riavvolgendo il nastro: Borussia-Juve 1-3, 7 in pagella.
«Andare lì e dimostrare questa personalità ha subito fatto capire che quell’anno eravamo molto concentrati sull’obiettivo. Poi il Westfalen Stadion: li sentivamo, eccome, i tifosi avversari».
