Comolli e lo scenario inevitabile
Tutto congelato. Tutti in silenzio. E perciò il vocio, che arriva dal fondo, avvolge ogni cosa. Si fa brina sulla Continassa. Anche ieri, il centro sportivo bianconero si è colorato d’attesa. L’operatività quotidiana è stata sbrigata senza grossi scossoni, ma diversamente da altri giorni non ci sono state parole, discorsi, schiamazzi. Testa bassa e lavorare, aggrapparsi alle ultime speranze, fare i conti con il presente per iniziare a immaginare pure il futuro. Già, quale? La crisi di governo è così evidente nelle sue dinamiche - sfiducia, paralisi decisionale, potenziali profili di nuove figure - da colpire ogni componente del club. Lunedì, ad esempio, l’ad Damien Comolli era atteso per una riunione con l’area scout: rinviata. Martedì, invece, l’agenda prevedeva un meeting generale con i dipendenti della società: nulla, non si è tenuto. E per quanto la presenza del francese in sede sia stata ugualmente registrata, un po’ di sviluppi hanno alimentato i sospetti, raccontato quel che ormai sembra diventato l’inevitabile scenario.
Futuro appeso alla Champions League
E cioè: senza qualificazione in Champions League, le possibilità di conferma per il Ceo arrivato da Tolosa sono pari a zero. Decisiva sarà naturalmente la volontà della proprietà, perché la scelta sarà esclusivamente di John Elkann, lo stesso uomo che aveva condiviso la visione di Comolli appena un anno fa. Il 4 giugno del 2025, il suo approdo sul pianeta Juve dopo il burrascoso addio a Cristiano Giuntoli; martedì 26 maggio 2026, il giorno che potrebbe invece sancire la separazione dal manager. Eccola, la data in cui è previsto un punto con la proprietà. Eccolo, il momento della verità. Che poi è quello di una scelta: Comolli - e il suo modus operandi, e i suoi uomini - dentro o fuori, per eliminare l’equivoco e tornare a far registrare il sereno sulla Continassa. O comunque per strappare una tregua accettabile col maltempo. Nel frattempo, il club ha iniziato a fare i conti con i nuvoloni, prevedendo tempesta e cercando di contenerla prima che si scateni. Disputare la prossima Europa League, in fondo, non vuol dire solamente salutare gli 80 milioni di introiti stimati dalla Champions League. Significa semmai rinunciare ai sold out (fissi) del sabato, ad accordi commerciali, all’esposizione del marchio. All’indotto dei grandi eventi, dall’hotel al merchandising. Alla garanzia di ingressi economici fondamentali per il sostentamento delle casse e del bilancio, che più delle vittorie era ed è diventato l’unica cosa a contare.

