Paulo Sousa: "La Juve ha avuto un impatto enorme su di me". Su Agnelli e la Champions del 96...

"I bianconeri possono tornare in alto, ma serve una grande società. Spalletti uno degli avversari più difficili da affrontare, sa cosa deve fare"

Paulo Sousa non ha dubbi: «Vittorie di quelle dimensioni creano legami forti. Eravamo un gruppo di uomini con l’obiettivo di vincere tutto». Paulo Sousa, che da qualche giorno ha lasciato la guida dello Shabab Al-Ahli negli Emirati Arabi, ripercorre il trionfo di trent’anni fa in Champions League con la Juventus con parole che sanno di appartenenza: «La Juve mi ha migliorato come giocatore e come uomo». L’Italia resta una seconda casa che potrebbe ritrovare in futuro. Sul futuro bianconero, invece, si fida di Spalletti: «Uno degli avversari più difficili che ho affrontato in Italia, sa cosa deve fare».

30 anni dall’ultima Champions League vinta. Ripensa ogni tanto a quella notte? «È stato uno dei miei più grandi successi come calciatore: vincere la competizione più importante, nonostante un infortunio al ginocchio che rischiava di costarmi il resto della carriera. Mi sono sacrificato duramente per arrivare a quel punto e vincere. E ne sono orgoglioso».

Qual è il ricordo più bello legato alla Juventus? «I miei compagni di squadra, l’ambiente, lo spirito che abbiamo condiviso in ogni momento di quelle due stagioni. Ero molto giovane, ma oggi mi rendo conto che probabilmente è stato lo spogliatoio migliore di cui abbia fatto parte, ha avuto un impatto enorme sulla mia vita».

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Su Lippi e gli ex Juve 

Lei ebbe un ruolo chiave nel centrocampo di Marcello Lippi... «Dovevo dare equilibrio, leggere il ritmo della partita e permettere al nostro talento di esprimersi al meglio. Al mio fianco c’erano grandi giocatori e ho sempre avuto un rapporto di totale fiducia con un allenatore che mi ha influenzato profondamente e per il quale nutro un enorme affetto».

Ha sentito i suoi ex compagni di squadra per il trentennale? «Per via della mia professione di allenatore e per i percorsi che la vita ci riserva, non conviviamo tanto quanto vorremmo. Ma una cosa è certa: vittorie di quella dimensione creano legami forti. Il rispetto che esiste tra tutti è la prova che eravamo, prima di tutto, un gruppo di uomini con l’obiettivo di vincere tutto».

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Gianluca Vialli, Agnelli e i protagonisti della grande Juve

A quale calciatore di quella Juventus è più legato? «Michelangelo Rampulla. È stato meraviglioso ritrovarsi a Salerno e lavorare insieme. Un amico eterno».

Cosa ha rappresentato per lei Gianluca Vialli? «Con Luca è stata fin dall’inizio una relazione speciale. Chi avrebbe mai immaginato che avrebbe venduto il suo appartamento per comprarne un altro proprio accanto a quello dove vivevo io? Bussava quasi ogni giorno alla mia porta e passavamo ore a parlare di calcio. Era un leader carismatico, divertente, disciplinato e metodico, un attaccante moderno che ancora oggi farebbe la differenza. Un vero amico».

E l’Avvocato Agnelli? «Un grande imprenditore dell’industrializzazione europea, simbolo della cultura dell’élite italiana. Uomo di enorme carisma, ha lasciato un’eredità alla Juventus che può essere riassunta in una delle sue frasi: “L’amore di una vita”».

Perché quella Juventus era imbattibile? «Intelligenza tattica e capacità di sacrificio, eravamo una squadra proattiva, con giocatori di alto livello che sapevano riconoscere perfettamente le diverse fasi della partita. Avevamo l’umiltà di saper soffrire e il coraggio di imporre il nostro gioco, indipendentemente dall’avversario».

L'anno dopo però l'ha battuta in finale di Champions col Borussia Dortmund. «Vincere una Champions League è indimenticabile, due di fila è qualcosa che non si può spiegare. Conoscevo il potenziale del Dortmund, credevo di essere il pezzo mancante del puzzle, quello che gli avrebbe permesso di vincere qualcosa di speciale. Nel giorno della mia presentazione, infatti, dissi che ero lì per vincere la Champions League. Abbiamo eliminato le migliori squadre d’Europa e vinto meritatamente la finale».

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Paulo Sousa e il successo con lo Shabab Al-Ahli negli Emirati Arabi

Guardando al presente: alla guida dello Shabab Al Ahli ha battuto record su record... «È il motivo che mi ha spinto ad accettare questo progetto, ho visto il potenziale per vincere tutto. Abbiamo vinto quattro titoli in una stagione, battuto record (33 gare senza sconfitte nel 2025, ndr) e raggiunto le semifinali della Champions League AFC, il risultato naturale del lavoro quotidiano».

Calcio arabo ed europeo: quanto è grande il divario? «Negli Emirati ogni club ha la propria cultura, visione e tifoseria, che chiede risultati e identità. Col tempo il divario diminuirà, ma le differenze riguardano le infrastrutture e la mentalità professionale. In Europa si cresce come professionisti fin da giovanissimi, mentre negli Emirati molti giocatori locali seguono anche altre strade lavorative che penalizzano il loro sviluppo calcistico».

Quanto le manca l’Italia? «Il Portogallo è il mio Paese, la mia patria, ma l’Italia è casa. Mi ha aiutato a crescere come calciatore professionista e come persona. Condivido con gli italiani il modo di vivere il calcio e la vita, mi mancano entrambe le cose».

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Futuro Juve: Paulo Sousa promuove Spalletti e il progetto bianconero

Una volta ha detto che vorrebbe allenare la Juventus: ci sono stati contatti in passato? «La Juventus è uno dei migliori club al mondo e ho avuto la fortuna di vincere con loro. Sono un allenatore di calcio professionista e so distinguere bene ogni cosa. Quello che so è che voglio allenare club e squadre che abbiano la stessa mentalità, ambizione e voglia di vincere titoli».

L’Inter di Chivu, il Como di Fabregas o la Roma di Gasperini: chi l'ha colpita di più nell'ultima Serie A? «Dopo l'addio di Inzaghi non era facile per l'Inter trovare il giusto equilibrio. Chivu ha portato freschezza, leadership e nuove dinamiche. Fàbregas al Como si è distinto per organizzazione, idee chiare e potenziale di crescita, mostrando come progetti ben costruiti possano essere determinanti nel calcio moderno. Gasperini è stato quello che ha avuto il maggiore impatto in un contesto molto difficile. È un allenatore con una forte identità ed ha enormi meriti per ciò che ha ottenuto con la Roma».

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Juve tra mercato e futuro 

Cosa manca a questa Juventus? «Il suo processo di rinnovamento è coinciso con il picco di altre squadre, creando un divario competitivo più ampio. Non tutti i club riescono a restare sempre al vertice, basta guardare lo United dopo l’addio di Ferguson. Serve una giusta struttura, una leadership carismatica e ambiziosa, un progetto ben definito, qualcosa che non sempre è compatibile con la pressione immediata dei risultati. Queste sono le condizioni affinché la Juventus possa tornare a ciò a cui ci ha abituati».

Chico Conceição le ricorda un po’ quel Federico Chiesa che lanciò proprio a Torino contro la Juventus? «Caratteristiche diverse, ma stessa ambizione di vincere. Federico ha una maggiore capacità di giocare vicino alla porta, spalle alla porta, con grande disponibilità a movimenti di rottura verticali e diagonali, ed è ossessionato dal segnare. Francisco possiede la stessa irriverenza competitiva, sta crescendo tatticamente, è fortissimo nell’uno contro uno da fermo e può cambiare qualsiasi partita».

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Paulo Sousa non ha dubbi: «Vittorie di quelle dimensioni creano legami forti. Eravamo un gruppo di uomini con l’obiettivo di vincere tutto». Paulo Sousa, che da qualche giorno ha lasciato la guida dello Shabab Al-Ahli negli Emirati Arabi, ripercorre il trionfo di trent’anni fa in Champions League con la Juventus con parole che sanno di appartenenza: «La Juve mi ha migliorato come giocatore e come uomo». L’Italia resta una seconda casa che potrebbe ritrovare in futuro. Sul futuro bianconero, invece, si fida di Spalletti: «Uno degli avversari più difficili che ho affrontato in Italia, sa cosa deve fare».

30 anni dall’ultima Champions League vinta. Ripensa ogni tanto a quella notte? «È stato uno dei miei più grandi successi come calciatore: vincere la competizione più importante, nonostante un infortunio al ginocchio che rischiava di costarmi il resto della carriera. Mi sono sacrificato duramente per arrivare a quel punto e vincere. E ne sono orgoglioso».

Qual è il ricordo più bello legato alla Juventus? «I miei compagni di squadra, l’ambiente, lo spirito che abbiamo condiviso in ogni momento di quelle due stagioni. Ero molto giovane, ma oggi mi rendo conto che probabilmente è stato lo spogliatoio migliore di cui abbia fatto parte, ha avuto un impatto enorme sulla mia vita».

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