È una visita guidata al record, più che una finale. I temi di giornata sono altri, tanto è scontato chi vincerà e perché. Si va a vedere Sinner nella sua officina, là dove i record prendono forma, forgiati uno a uno tra gli effetti speciali, si osserva da vicino che cosa faccia per ottenerli, quanto lavoro, serietà e dedizione vi siano dietro, e come riesca a imporsi sugli avversari, prima con la testa – ché quella c’è sempre –, poi con i colpi. È come andare a Murano per vedere i soffiatori creare opere d’arte con il vetro. C’è il fuoco dei momenti più caldi del match, l’oggetto che prende forma, l’ammirazione per qualcosa di antico che si rinnova prendendo ispirazione da se stesso e assume sempre nuove colorazioni, diventando alla fine oggetto di lusso. Cinquantasette minuti e un biglietto per entrare nel mondo di Sinner: valgono la spesa? Un tempo le chiamavano finali, ma ce n’erano due in campo. Oggi ne basta uno, a patto che sia il campione. Al pubblico sta bene così, nessuno se la prende con Zverev. Anche avesse giocato, quanto avrebbe perso? Fanno fede gli ultimi nove match tra i due, tutti “cento per cento Sinner”.
Zverev e le finali
Poteva finire come a Montecarlo, in semifinale: 61 64… O come a Indian Wells, altra semifinale: 62 64. Magari come a Miami, che fu il match più combattuto, e Zverev ne uscì sedotto da se stesso, promettendo che tutti i prossimi match contro Sinner li avrebbe giocati allo stesso modo, «a braccio libero». Perse 63 76 e non ha più giocato allo stesso modo. Meno che mai ieri, sceso in campo atterrito non si sa bene da che cosa. È un gran giocatore, il tedesco, nei colpi è spesso impeccabile, il rovescio quasi sempre di lusso, ma non sa giocare le finali, le partite che decidono, non le ha mai sentite sue, le ha sempre sofferte quasi fossero un di più che gli veniva richiesto, per lui insopportabile da sostenere. Ha gettato così le tre finali Slam giocate. La prima contro Thiem a New York, nel 2020, che non si capisce come abbia potuto perderla. Gli analisti di psicologia sportiva ancora ne discutono. Era avanti di due set, si è bloccato, la seconda palla di servizio superava a stento i 120 orari. Condusse, Sascha, anche la finale del Roland Garros 2024, opposto ad Alcaraz. Era in vantaggio due set a uno, ma nelle ultime due frazioni di gioco scomparve dal campo, 61 62 per lo spagnolo. Era già allora lo Zverev che si è visto ieri, uguale anche nel punteggio. Ancor più dolorosa la finale degli Australian Open 2025, contro Sinner.
