Pagina 1 | Non possono non esserci conseguenze

E adesso via tutti. Il reset non è mai una soluzione, ma può essere una medicina. Il terzo Mondiale da spettatori non può non comportare conseguenze a ogni livello del calcio italiano, non si possono schivare le colpe, le responsabilità e le condanne. Risalendo dagli errori di Esposito e Cristante dal dischetto si deve ripercorrere una lunga catena di piccoli e grandi sbagli, di disastri strategici, di immobilismo politico teso alla bieca conservazione del potere. Ci ripetiamo le stesse cose da dodici anni e negli ultimi otto a governare la Federazione c’è lo stesso presidente federale, Gabriele Gravina. Se ci ritroviamo, per la terza volta consecutiva, con la stessa tristezza nel cuore e la stessa frustrazione nei pensieri, significa che tutto questo tempo è passato invano. E qualcuno deve renderne conto. Gravina, che aveva la responsabilità di fare riforme che non ha fatto.

Lo diceva Agnelli...

Un consiglio federale che, nel corso degli anni, è stato scenario di lotte di potere fra le componenti, senza la minima capacità che facendo sistema si guadagnava tutti. Una Lega che ha messo insieme i peggiori difetti dei club e non un singolo pregio. A tutti i livelli sono mancati i manager ed è mancata la visione. C’era un uomo che lo diceva, una decina di anni fa, si chiamava Andrea Agnelli e il calcio italiano lo ha opportunamente fatto fuori, preferendo non ascoltare i moniti e scegliendo la stessa strada che aveva già portato al fallimento. Così ci si è arrabattati come capita troppo spesso in questo Paese, confidando nel cuore e nello stellone, andando avanti con l’approssimazione e la convinzione che accontentando tutti se ne faceva l’interesse. Spettacolare errore, che paghiamo in modo umiliante. Al Mondiale andranno 48 squadre. Alla Fifa ne sono affiliate 211, significa una su quattro ci sarà.

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Italia ko contro se stessa

Questa semplice considerazione aritmetica misura lo sprofondo in cui è precipitato il calcio italiano ieri sera. O, meglio, lo sprofondo in cui è da tempo e che, ieri notte, le zollacce del campo di Zenica hanno certificato in modo impietoso e beffardo. Perché ci hanno pure derubato. Non che si faccia una grande figura a gridarlo, ma dobbiamo dirlo e sottolinearlo perché, in fondo, è un altro segnale di quello che siamo diventati a livello internazionale: una squadra poco rispettata, perché evidentemente poco credibile. Il gol della Bosnia con il presunto fallo di Dzeko e la mancata espulsione di Muharemovic non sono roba da arbitro Moreno, ma in epoca di Var sono uno schiaffo che rende più urticante l’eliminazione. Ma, attenzione, siamo fuori dal Mondiale perché non meritiamo di andarci al Mondiale.

Perché si può perdere contro la Norvegia, nazione emergente del calcio internazionale, ma con la Bosnia (71ª nel ranking mondiale) non si può, oltretutto dopo aver sofferto in modo imbarazzante contro l’Irlanda del Nord. Il meccanismo delle qualificazioni pensato da Ceferin e soci è quanto meno cervellotico e consente, per esempio, alla Svezia di andare ai Mondiali, passando dallo spareggio, ma dopo due pareggi e quattro sconfitte nel girone. Ma noi non abbiamo battuto la Bosnia. Abbiamo sprecato, ci siamo distratti, non abbiamo avuto la personalità per affrontare una partita nella quale abbiamo perso, prima di tutto, contro noi stessi e i nostri limiti caratteriali. Il controverso rapporto di Alessandro Bastoni con i cartellini rossi ha tutto per diventare un romanzo sul karma.

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Quel blasfemo rosario di errori

Sull’enciclopedia del calcio, invece, l’espulsione del difensore azzurro la si trova alla voce “dilettantismo”, perché tutti i giocatori italiani coinvolti commettono un errore non degno di un professionista, soprattutto con l’aspirazione di andare a un Mondiale. La gestione superficiale del rinvio del portiere, la dormita generale, la mancata chiusura di Mancini, l’inutile e pericolosissimo intervento di Bastoni: un blasfemo rosario di errori difensivi che ha condizionato una delle partite più decisive della loro carriera, quella in cui era necessaria la massima concentrazione. Nei pochi secondi in cui si consuma il dramma azzurro c’è un buon riassunto del livello del nostro calcio, povero di talento, di spessore umano, di esperienza.

Tanti i motivi del generale depauperamento avvenuto negli ultimi vent’anni, tante le responsabilità: è giusto trovare i colpevoli, più urgente trovare i rimedi. Tenendo ben presente che ci vorrà tempo, gli uomini giusti e un po’ di fortuna, ma soprattutto tanto lavoro. Abbiamo sei mesi davanti a noi, prima di ricominciare la prossima avventura ufficiale: in questo sei mesi il calcio italiano ha l’opportunità di ripensarsi in modo profondo, di trovare le persone giuste e di ripartire. Adesso serve solo questo, andare avanti, lasciando indietro chi non si è dimostrato all’altezza.

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E adesso via tutti. Il reset non è mai una soluzione, ma può essere una medicina. Il terzo Mondiale da spettatori non può non comportare conseguenze a ogni livello del calcio italiano, non si possono schivare le colpe, le responsabilità e le condanne. Risalendo dagli errori di Esposito e Cristante dal dischetto si deve ripercorrere una lunga catena di piccoli e grandi sbagli, di disastri strategici, di immobilismo politico teso alla bieca conservazione del potere. Ci ripetiamo le stesse cose da dodici anni e negli ultimi otto a governare la Federazione c’è lo stesso presidente federale, Gabriele Gravina. Se ci ritroviamo, per la terza volta consecutiva, con la stessa tristezza nel cuore e la stessa frustrazione nei pensieri, significa che tutto questo tempo è passato invano. E qualcuno deve renderne conto. Gravina, che aveva la responsabilità di fare riforme che non ha fatto.

Lo diceva Agnelli...

Un consiglio federale che, nel corso degli anni, è stato scenario di lotte di potere fra le componenti, senza la minima capacità che facendo sistema si guadagnava tutti. Una Lega che ha messo insieme i peggiori difetti dei club e non un singolo pregio. A tutti i livelli sono mancati i manager ed è mancata la visione. C’era un uomo che lo diceva, una decina di anni fa, si chiamava Andrea Agnelli e il calcio italiano lo ha opportunamente fatto fuori, preferendo non ascoltare i moniti e scegliendo la stessa strada che aveva già portato al fallimento. Così ci si è arrabattati come capita troppo spesso in questo Paese, confidando nel cuore e nello stellone, andando avanti con l’approssimazione e la convinzione che accontentando tutti se ne faceva l’interesse. Spettacolare errore, che paghiamo in modo umiliante. Al Mondiale andranno 48 squadre. Alla Fifa ne sono affiliate 211, significa una su quattro ci sarà.

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