Pagina 6 | Agnelli c'era arrivato 12 anni fa, ma fu ignorato: "Incapacità per il futuro. Riforme, cosa serve"

L’eliminazione contro la Bosnia e la conseguente esclusione dal terzo Mondiale consecutivo hanno riportato il calcio italiano davanti a uno specchio scomodo. Tra riflessioni, polemiche e ipotesi di cambiamento, riemergono analisi che sembrano scritte oggi, pur risalendo a oltre dieci anni fa. In particolare, tornano d’attualità le parole di Andrea Agnelli, capaci di descrivere con sorprendente precisione le criticità del sistema. Un quadro che non riguarda solo i risultati sportivi, ma un’intera struttura rimasta immobile nel tempo. Il problema, infatti, è profondo e radicato. E proprio per questo, oggi più che mai, richiede interventi concreti e una visione chiara.

Agnelli, le parole nel 2014

"Ogni ciclo, se non viene rinnovato, termina e noi quello che abbiamo avuto è stata l'incapacità di sviluppare una vera visione per il calcio futuro negli anni di massimo splendore". In questa  parole di Agnelli, a 'Codice Rosso', la docu-inchiesta di Sky Sport24, si era concentrato uno dei nodi principali del declino italiano. Durante gli anni migliori, non si è costruita una strategia capace di guardare avanti. Il sistema si è adagiato sui successi, senza prepararsi al cambiamento.

Questo ha impedito di evolversi in un contesto sempre più competitivo. Le altre leghe hanno investito e innovato, mentre la Serie A è rimasta ancorata a modelli superati. Il risultato è una perdita progressiva di competitività. Oggi si pagano scelte mai fatte. E il ritardo accumulato è difficile da colmare in tempi brevi.

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Il confronto con la Premier League

Agnelli ha evidenziato poi la distanza organizzativa con il modello inglese: "La Premier League è una Lega alla quale viene demandato il compito di sviluppo dalla Lega stessa, ma gli viene anche data tutta l'autorità e l'autorevolezza per poter svolgere quel compito". Una struttura chiara e centralizzata, che ha permesso una crescita costante. Al contrario, il sistema italiano appare frammentato e poco incisivo: "Da noi la Lega è la somma totale di tante idee dove per alcuni è sufficiente migliorare la distribuzione dell'anno precedente di un paio di milioni invece di ragionare su come creare 500 milioni di plusvalore dalla Lega di Serie A". Una visione limitata, che privilegia il breve termine. Questo approccio impedisce lo sviluppo di progetti ambiziosi. Senza una guida forte, ogni riforma resta incompiuta. E il gap con i top campionati continua ad ampliarsi.

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La necessità di espandersi all’estero

Guardando al futuro, Agnelli ha indicato una direzione precisa: "Se io dovessi individuare un'area su cui investire per cercare di tratte dei frutti tra 10-15 anni è l'Africa subsahariana che in questo momento sta avendo una crescita importante e dovremmo poter essere i primi ad andare a costruire qualcosa in modo da poter avere dei ritorni sugli investimenti fatti che è il risultato che la Premier ha ottenuto partendo 20 anni fa in Asia". Il tema è quello dell’internazionalizzazione, fondamentale per aumentare ricavi e visibilità. La Serie A, però, ha perso terreno anche su questo fronte. Non ha saputo anticipare i mercati emergenti. Questo ha ridotto il suo peso globale. Investire oggi significherebbe costruire il domani. Ma serve una strategia coordinata. Senza una presenza forte all’estero, il sistema rischia di restare marginale.

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Governance e riforme strutturali

"La Lega di Serie A deve riappropriarsi del suo ruolo di leadership, riuscendo a proporre una revisione della governance di tutto il calcio italiano, per fare piazza pulita di un livello di litigiosità e di scarsa trasparenza oggi non più accettabile". Il tema della governance è centrale come aveva sottolineato Agnelli. Le divisioni interne hanno bloccato ogni tentativo di cambiamento: "C'è la massima urgenza" di "alcune riforme strutturali di sistema". Tra le priorità indicate, anche la riduzione del numero di club professionistici e una revisione delle rose. L’obiettivo è migliorare la qualità complessiva e favorire la crescita dei giocatori italiani. Senza interventi profondi, il sistema resterà fragile. Serve una riforma organica. E soprattutto, serve la volontà politica per attuarla.

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Infrastrutture e sostenibilità economica

"Ho segnalato la necessità e l’urgenza di alcune riforme strutturali di sistema - aveva scritto Agnelli -. Il nostro calcio ha necessità di grandi misure di carattere domestico e di un nuovo slancio verso i mercati internazionali. Lo Juventus Stadium, di cui siamo fieri e orgogliosi, rimane l’unico esempio di struttura sportiva all’avanguardia, in grado di rappresentare un modello di sicurezza e di offrire sia un’esperienza live, sia un’immagine televisiva di alto livello. Lo sviluppo di nuove infrastrutture è il tema cruciale del prossimo quinquennio". Gli stadi rappresentano un limite evidente del calcio italiano. Strutture datate impediscono di massimizzare i ricavi. "Il calcio italiano dovrà saper scegliere – ha scritto nella lettera agli azionisti - tra competitività internazionale, sia sul campo sia nella diversificazione e nell'incremento dei ricavi, o marginalità, cui oggi pare condannato inesorabilmente".

Il rischio è quello di restare indietro in modo definitivo. Sul piano economico, Agnelli era intervenuto anche sulla distribuzione delle risorse: "È necessario condividere un meccanismo in grado di riconoscere sia il valore dei grandi club, cui la Juventus appartiene, sia tutelare economicamente quelle società che, per disavventure di carattere sportivo, dovessero in futuro trovarsi escluse dalla Serie A". Un equilibrio necessario per la stabilità del sistema. Senza sostenibilità, non c’è crescita possibile.

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Giovani, seconde squadre e futuro

Infine, il focus si sposta sullo sviluppo dei talenti: "È necessaria una riduzione del numero di società professionistiche, accompagnato da una revisione della composizione delle rose per garantire alle Nazionali un adeguato rifornimento di giocatori convocabili. Sono priorità che andranno accompagnate da altre due importanti riforme con un unico comun denominatore: il talento. La prima è un’adeguata politica dell’immigrazione, che sia rispettosa delle leggi dello Stato, ma anche dello sviluppo del sistema e dei diritti umani. La seconda è quella di preferire le seconde squadre - scrive nella lettera agli azionisti - alle cosiddette 'multiproprietà', già testata in molti paesi (Spagna, Olanda, Inghilterra ndr) e poichè - prosegue il presidente della Juventus - assicura una crescita dei talenti costante ed armoniosa con un solido interscambio con la Prima Squadra".

Le seconde squadre sono uno strumento chiave per formare nuovi giocatori. In Italia, però, il loro utilizzo è ancora limitato e poche squadre hanno portato avanti questa idea: Juve in primis, poi Milan, Atalanta e Inter a seguire. Nel frattempo, una generazione sta chiudendo il proprio ciclo: "Il gap con i migliori club europei rimane elevato ed il divario va ridotto per permetterci di aspirare a risultati in linea con la nostra storia internazionale". Senza un ricambio adeguato, il futuro resta incerto. Investire sui giovani è l’unica strada. Ma servono scelte immediate e coerenti.

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Giovani, seconde squadre e futuro

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Le seconde squadre sono uno strumento chiave per formare nuovi giocatori. In Italia, però, il loro utilizzo è ancora limitato e poche squadre hanno portato avanti questa idea: Juve in primis, poi Milan, Atalanta e Inter a seguire. Nel frattempo, una generazione sta chiudendo il proprio ciclo: "Il gap con i migliori club europei rimane elevato ed il divario va ridotto per permetterci di aspirare a risultati in linea con la nostra storia internazionale". Senza un ricambio adeguato, il futuro resta incerto. Investire sui giovani è l’unica strada. Ma servono scelte immediate e coerenti.

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