Nuovo ct Italia, la scelta è inevitabile: o lui o l’altro. Gli unici due nomi per ripartire

In attesa di conoscere il prossimo presidente Figc, la crisi del calcio azzurro impone una guida forte: servono esperienza, gestione e impatto immediato

A un certo punto cambia anche il modo in cui si guardano certe cose. Le esclusioni dai Mondiali restano lì, come una presenza costante, e finiscono per raccontare più del resto. Parlano del livello medio, di quanto si sia abbassato nel tempo, più che dei singoli risultati. Il tema del talento torna sempre, spesso trattato in modo sbrigativo. Le parole di Maurizio Sarri e Luciano Spalletti hanno riportato il discorso su un punto concreto: una parte nasce con il giocatore. Ed è proprio qui che il quadro si complica davvero. Oggi la sensazione diffusa riguarda la riduzione di quel talento originario. Meno giocatori che, già a 18 o 19 anni, danno l’idea di poter cambiare ritmo a una partita, meno profili che emergono con forza naturale senza bisogno di essere costruiti passo dopo passo. È un dato che attraversa tutto il movimento e che non può essere spiegato con una sola causa.

 

 

La questione ambientale

Una prima spiegazione riguarda il cambiamento dell’ambiente in cui i giocatori crescono. Il calcio giovanile è diventato più organizzato, più codificato, più attento alla struttura che all’imprevedibilità. Si lavora molto sull’ordine, sulla posizione, sull’esecuzione corretta. Si sbaglia meno, si crea anche meno. Il talento, quello che rompe gli schemi, nasce spesso dall’errore, dall’istinto, da una libertà che oggi trova meno spazio. C’è poi un aspetto legato alla selezione. In Italia si tende a scegliere presto, a definire gerarchie in età molto basse. Chi rientra subito in certi parametri prosegue, chi resta fuori fatica a rientrare. Questo restringe il bacino e riduce la possibilità che emergano profili diversi, magari più disordinati all’inizio ma con un potenziale più alto nel lungo periodo.

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Zaniolo e poi il nulla

Un altro elemento riguarda il contesto competitivo. I giovani italiani crescono in ambienti meno esposti rispetto ad altri paesi. Meno partite ad alta intensità, meno pressione reale, meno confronto continuo con livelli superiori. Il talento, per emergere, ha bisogno anche di attrito, di difficoltà, di situazioni che lo costringano a trovare soluzioni. Il risultato è un movimento che produce giocatori più ordinati, più preparati tatticamente, ma meno incisivi dal punto di vista individuale. Si vede meno quel tipo di calciatore capace di spostare gli equilibri da solo, di inventare qualcosa fuori schema. La Serie A riflette questo squilibrio. Le squadre cercano rendimento immediato e si muovono di conseguenza. Quando quel rendimento non arriva dai giocatori cresciuti in casa, il mercato offre alternative più pronte. Una partita come Udinese-Como, con Nicolò Zaniolo unico italiano titolare, rende visibile questa tendenza senza bisogno di interpretazioni.

Juve pioniera

Il nodo resta nel passaggio tra settore giovanile e calcio professionistico. Serve un livello intermedio stabile, capace di accompagnare la crescita senza creare vuoti. In questo senso, l’esperienza della Juventus Next Gen ha introdotto qualcosa di concreto. Partite vere, continuità, confronto con avversari adulti. Percorsi come quelli di Fagioli o Miretti (per carità, non si parla di fuoriclasse) mostrano come questo passaggio anticipi la maturazione e riduca il ritardo.

 

 

Panchinari, ma convocati

La Figc, scacciato l'incubo Gravina, si avvicina alle elezioni dentro questo scenario. Il cambiamento ai vertici definirà una direzione, ma la questione centrale resta anche tecnica. La scelta del ct diventa il primo intervento reale su ciò che esiste oggi. Basta osservare il gruppo e citare qualche nome. Frattesi all’Inter è un desaparecido, Raspadori alterna presenze e panchine, Gatti va avanti senza una centralità continua. Pio Esposito è ancora in costruzione e la stampa ne continua a tessere le lodi manco fosse il prossimo Lewandowski. Retegui si è affermato in Italia e ha poi scelto un contesto dimenticato da Dio.

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Cosa può dare Allegri

La Nazionale si forma dentro queste traiettorie. Il lavoro del commissario tecnico riguarda la capacità di dare coerenza a un gruppo che arriva da esperienze molto diverse. In questo contesto, la scelta tra Massimiliano Allegri e Antonio Conte assume un valore quasi obbligato. L’attuale allenatore del Milan offre una competenza specifica nella gestione delle partite e dei momenti. Le sue squadre tengono il controllo, limitano gli errori, si adattano agli avversari senza perdere equilibrio. La Juventus del 2017, arrivata in finale di Champions League, concede pochissimo nelle gare decisive (Real a parte) e riesce a leggere ogni situazione con lucidità. In una Nazionale che oggi fatica a restare dentro le partite con continuità, questa capacità rappresenta una base immediata su cui costruire.

 

 

Cosa può dare Conte

Conte incide in modo più diretto sul rendimento dei giocatori. Le sue squadre sviluppano un’identità forte, fatta di intensità, disciplina e partecipazione continua. All’Europeo del 2016 questo approccio emerge con chiarezza: vittoria contro il Belgio, eliminazione della Spagna, confronto alla pari con la Germania fino ai rigori. L’esempio più concreto è Giaccherini, diventato uno dei più affidabili grazie alla continuità trovata dentro il sistema.

Il primo step

Due profili diversi, un punto in comune: la capacità di incidere subito sul rendimento della squadra. Ed è proprio questo che rende la scelta tra Allegri e Conte la più coerente con il momento attuale. Il quadro generale resta legato al lavoro a monte. Percorsi più chiari, più partite vere, una transizione più credibile verso il calcio di alto livello. Le seconde squadre rappresentano una direzione già avviata. La Nazionale ha bisogno di una guida capace di darle forma nel presente. Tra Allegri e Conte si trovano le due opzioni più solide per farlo.

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A un certo punto cambia anche il modo in cui si guardano certe cose. Le esclusioni dai Mondiali restano lì, come una presenza costante, e finiscono per raccontare più del resto. Parlano del livello medio, di quanto si sia abbassato nel tempo, più che dei singoli risultati. Il tema del talento torna sempre, spesso trattato in modo sbrigativo. Le parole di Maurizio Sarri e Luciano Spalletti hanno riportato il discorso su un punto concreto: una parte nasce con il giocatore. Ed è proprio qui che il quadro si complica davvero. Oggi la sensazione diffusa riguarda la riduzione di quel talento originario. Meno giocatori che, già a 18 o 19 anni, danno l’idea di poter cambiare ritmo a una partita, meno profili che emergono con forza naturale senza bisogno di essere costruiti passo dopo passo. È un dato che attraversa tutto il movimento e che non può essere spiegato con una sola causa.

 

 

La questione ambientale

Una prima spiegazione riguarda il cambiamento dell’ambiente in cui i giocatori crescono. Il calcio giovanile è diventato più organizzato, più codificato, più attento alla struttura che all’imprevedibilità. Si lavora molto sull’ordine, sulla posizione, sull’esecuzione corretta. Si sbaglia meno, si crea anche meno. Il talento, quello che rompe gli schemi, nasce spesso dall’errore, dall’istinto, da una libertà che oggi trova meno spazio. C’è poi un aspetto legato alla selezione. In Italia si tende a scegliere presto, a definire gerarchie in età molto basse. Chi rientra subito in certi parametri prosegue, chi resta fuori fatica a rientrare. Questo restringe il bacino e riduce la possibilità che emergano profili diversi, magari più disordinati all’inizio ma con un potenziale più alto nel lungo periodo.

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