A un certo punto cambia anche il modo in cui si guardano certe cose. Le esclusioni dai Mondiali restano lì, come una presenza costante, e finiscono per raccontare più del resto. Parlano del livello medio, di quanto si sia abbassato nel tempo, più che dei singoli risultati. Il tema del talento torna sempre, spesso trattato in modo sbrigativo. Le parole di Maurizio Sarri e Luciano Spalletti hanno riportato il discorso su un punto concreto: una parte nasce con il giocatore. Ed è proprio qui che il quadro si complica davvero. Oggi la sensazione diffusa riguarda la riduzione di quel talento originario. Meno giocatori che, già a 18 o 19 anni, danno l’idea di poter cambiare ritmo a una partita, meno profili che emergono con forza naturale senza bisogno di essere costruiti passo dopo passo. È un dato che attraversa tutto il movimento e che non può essere spiegato con una sola causa.
La questione ambientale
Una prima spiegazione riguarda il cambiamento dell’ambiente in cui i giocatori crescono. Il calcio giovanile è diventato più organizzato, più codificato, più attento alla struttura che all’imprevedibilità. Si lavora molto sull’ordine, sulla posizione, sull’esecuzione corretta. Si sbaglia meno, si crea anche meno. Il talento, quello che rompe gli schemi, nasce spesso dall’errore, dall’istinto, da una libertà che oggi trova meno spazio. C’è poi un aspetto legato alla selezione. In Italia si tende a scegliere presto, a definire gerarchie in età molto basse. Chi rientra subito in certi parametri prosegue, chi resta fuori fatica a rientrare. Questo restringe il bacino e riduce la possibilità che emergano profili diversi, magari più disordinati all’inizio ma con un potenziale più alto nel lungo periodo.
