Così fa quasi ridere. Manco se fosse stata la testa di un caricaturista, manco il geniale Crozza, per dire, sarebbe arrivato a pensarla: Trump che impone la cancellazione della squalifica di uno dei più forti della nazionale statunitense e la Fifa che si adegua e apparecchia una grazia à la carte.
Fifa sotto accusa: dal caso Byron Moreno alla vicenda Balogun
Era dai tempi di Byron Moreno che la Fifa non faceva una figura così spettacolarmente brutta. Nel 2002 il direttore di gara ecuadoriano favorì i padroni di casa della Corea del Sud in modo così smaccato da risultare una tragicomica parodia dell’arbitro corrotto, roba da avanspettacolo. Il cavillo con cui, su esplicita richiesta di Trump, è stata sospesa la squalifica del centravanti americano assomiglia più a un trucco da Azzeccagarbugli manzoniano, che squaderna la pergamena con la “grida” dell’articolo 27 per salvare il soldato Balogun.
Fifa e politica: il rapporto con il potere mette a rischio la credibilità
Però non c’è niente da ridere. Perché sappiamo benissimo quali e quanti interessi geopolitici orbitano intorno al calcio, dai fascismi che incombevano sui Mondiali del 1934 e 1938 fino all’Argentina dei colonnelli nel 1978 e alla Russia di Putin nel 2018. È, quindi, inevitabile che il presidente della Fifa sia un uomo politico. Non si può pensare di guidare un’organizzazione così globale, capillare e importante del mondo senza esserlo. Ma è un ruolo che deve essere interpretato come quello di Segretario Generale dell’Onu, di cui la Fifa è un alter ego sportivo, qualcosa di più sobrio e rigoroso, anche negli inevitabili compromessi con la politica, quella vera. La Fifa non ha bisogno di assecondare i potenti, ma soprattutto non può rendersi ridicola pur di blandirli. Era stata già piuttosto imbarazzante la consegna del famigerato “Premio Fifa per la Pace” a Trump, e non solo perché veniva consegnato all’uomo che di lì a tre mesi avrebbe bombardato l’Iran, ma soprattutto perché la Fifa, lo sport, non si deve occupare di quello. Lo sport è da sempre strumento di pace, ma deve esserlo al di fuori dei giochi politici e lontano dai politici, altrimenti diventa strumento politico.
Il caso Balogun e la credibilità dei Mondiali: perché il calcio deve restare super partes
Il problema, insomma, non è nemmeno Trump, nonostante tutto, ma l’ambigua contiguità con i potenti del mondo verso la quale, Gianni Infantino, ha spinto la Fifa. Il calcio e la sua massima organizzazione possono godere di una naturale e legittima posizione super partes, dalla quale promuovere valori come la fratellanza fra popoli (che spesso si è celebrata sul campo) e, dalla quale, non scendere mai con il rischio di compromettersi con chi quei valori sbandiera, ma in concreto combatte. Il calcio ha la forza di miliardi di appassionati in tutto il mondo che credono e tifano, a quelli deve rispondere, non al potere. Tradire quei sentimenti ha sempre incrinato la credibilità e ha sempre macchiato la purezza, che in definitiva è la ragione per la quale il calcio è amato. Il caso Balogun mette in gioco la credibilità dei Mondiali, perché se un presidente, seppure il più potente del mondo, può condizionare la giustizia sportiva, il giocattolo si incrina e rischia di rompersi. E non c’è niente da ridere.
