Eroe (biancoceleste) e rimpianto (bianconero). In primo piano, nel day after della semifinale di Coppa Italia tra Atalanta e Lazio, c’è inevitabilmente Edoardo Motta. Il giovane portiere ha portato la squadra di Maurizio Sarri in finale della competizione tricolore, parando ben 4 calci di rigore su 5 ai nerazzurri di Raffaele Palladino. La Lazio se lo gode, ma c’è chi (leggasi Juve) si mangia le mani per essersene privato troppo presto e forse un po’ troppo a cuor leggero.

Motta: i primi passi alla Juve, poi Reggiana e Lazio
Nato a Biella, classe 2005, Motta muove i primi passi nella scuola calcio ASD Soccer Spartera, affiliata al Novara, prima di passare all'età di 11 anni alla Juventus. Milita con i bianconeri per 5 stagioni, prima di esser girato in prestito ad Alessandria, Monza (con cui ha conquistato il campionato Primavera 2) e Reggiana. Proprio il club emiliano, nell’estate del 2024, ha deciso di investire su di lui riscattandolo e quindi acquistandolo a titolo definitivo per circa 600mila euro. Con la maglia granata, Edoardo ha iniziato nell’U19 per poi essere promosso in Prima Squadra, in Serie B. Complessivamente ha totalizzato 24 presenze, 35 reti subite e 5 clean sheet. Prestazioni di rilievo che, a settembre 2025, gli hanno permesso di debuttare con l’Italia U21 e che, lo scorso gennaio, hanno spinto la Lazio a ingaggiarlo per poco più di un milione di euro: un investimento che ha dato presto ragione ai biancocelesti.
I rigori decisivi contro l’Atalanta
A coronare il momento d’oro la prestazione superlativa contro l’Atalanta, nella sfida dal dischetto. Prima viene battuto da Raspadori, poi respinge in ordine le conclusioni di Scamacca, Zappacosta, Pasalic e da ultimo De Ketelaere. A fine gara, ai microfoni di Mediaset, impossibile trattenere l’emozione: "Segreti? Ho qualcosa scritto sui guantoni, ma non riguarda i rigori e non posso dire che ci sia scritto. I compagni mi aiutano tanto, i più vecchi soprattutto mi danno tanti consigli. Ora la finale, speriamo finisca prima dei rigori, però, vinciamo ma senza andare troppo in là". Infine le lacrime al momento dei saluti: "Scusate, ma non sono abituato".