Paratici: "Plusvalenze Juve, mi vergognavo a difendermi. Commenti sgradevoli e nessuno ha spiegato"

Il dirigente del Tottenham ha parlato del delicato momento vissuto in seguito all'inchiesta Prisma che ha coinvolto i bianconeri

Dopo mesi lontano dai riflettori, Fabio Paratici è tornato a parlare. In un’intervista esclusiva concessa a Sky Sport, l’ex dirigente della Juventus e attuale ds del Tottenham ha affrontato con sincerità i temi più delicati della sua carriera recente: il ritorno dopo la squalifica di 30 mesi dell'inchiesta Prisma e delle plusvalenze, la scelta di patteggiare e il modo in cui ha vissuto i momenti più difficili legati all’indagine per falso in bilancio. Ma non solo: Paratici ha condiviso anche la sua visione di calcio, il rapporto con gli allenatori e le sfide professionali che lo hanno segnato nel percorso dentro e fuori dal campo. E poi ha analizzato anche il momento che sta vivendo ora la Vecchia Signora, con la panchina affidata a Spalletti.

Paratici e l'inchiesta Prisma alla Juve

Sulla vicenda giudiziaria dal punto sportivo e penale, Paratici è stato sincero: "Per il mio carattere, quando ho affrontato questa situazione avevo vergogna di difendermi. Perché ci si difende quando si fa qualcosa di male: io dentro di me ho sempre sentito che non avevo fatto nulla. Ho vissuto per 11 anni pensando 24 ore al giorno alla Juventus e a come fare il meglio possibile, in termini sportivi e di relazioni. Quindi addirittura percepivo quasi la vergogna di dover dire che non avevo fatto nulla di male". Poi ha aggiunto: "È stata una vicenda molto lunga. All’inizio ti senti spaesato, non capisci cosa sta succedendo perché non sei abituato: ti devi confrontare con argomenti mai affrontanti, con situazioni che non avresti mai pensato di dover affrontare. Alla fine, ti senti quasi migliorato come persona. Come dirigente hai l’opportunità di conoscere una vita che non conoscevi: ho visto giocare i miei figli, ho rinfrescato la mente studiando ancora meglio i settori giovanili. Nessuno ha mai spiegato che la Juventus, io e le persone coinvolte siamo stati condannati non per la valutazione ‘artificiale’ o distorta dei calciatori, ma per un principio contabile che non è mai stato utilizzato prima. E neanche dopo". 

 

 

"Accusa contabile? Non è corretto. Valutazione soggettiva"

Secondo l’accusa il principio era appunto ‘contabile’, cioè che portava Paratici e gli altri dirigenti della Juventus a colmare un determinato bisogno del bilancio con le plusvalenze dei giocatori: "Se è corretto? Questo non è assolutamente corretto perché non è mai stato oggetto di discussione. Se ne è parlato molto perché è la cosa più popolare: ci sono decine di criteri per cui la valutazione dei giocatori cambi. Altrimenti non staremmo a parlare di occasioni di mercato" Poi ha continuato: "Se esistono dei range per valutare un giocatore? Certo, un range logico ci deve essere per gli operatori di mercato. Ma poi si entra in una situazione di soggettività assoluta". Sul rapporto con la gente e i commenti: "Più che deluso, all’inizio sono stato sorpreso dal fatto che le persone che facevano il mio stesso lavoro commentassero le vicende senza sapere o sapendo poco o nulla. Quando non sei dentro, i commenti gratuiti sono sgradevoli: io non mi sarei mai permesso di farli. Io vivo la mia vita, vado avanti per la mia strada: la gente che lavora con me sa che sono una persona molto diretta, passionale ma anche molto leale".

 

 

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Il patteggiamento e il mancato passaggio al Milan

Paratici ha poi parlato del patteggiamento: "È stata una scelta responsabile: questa vicenda è durata 4 anni e mezzo… La squalifica sportiva era già stata scontata e il processo penale era solo all’udienza preliminare. Per gli anni a venire non avremmo avuto nessuna certezza di come si sarebbe conclusa. La vicenda è diventata anche molto mediatica. Anche dal punto di vista lavorativo, va a inficiare delle possibilità. E quindi si decide in maniera responsabile di fare questa richiesta di applicazione della pena e abbiamo chiuso la vicenda"Sul ritorno vicino in Italia al Milan, poi sfumato: "Se ha pesato la squalifica e il timore di una tempesta mediatica? Questo non lo so nemmeno io! Diciamo che siamo stati molto vicini. Se non si è concluso matrimonio non sto qui a chiedermi perché. Se sono diventato diplomatico? No, non sono diplomatico purtroppo. E non miglioro in questo! Però è una grande verità: non posso stare a chiedermi il perché, dopo tutto quello che ho passato, se questo ha influito nelle decisioni di un club”

Il ritorno da dirigente al Tottenham

Paratici è tornato a lavorare al Tottenham come direttore sportivo: "Se mi sento a casa? Sì loro mi hanno fatto veramente sentire a casa. Sono arrivato a giugno 2021, poi a novembre c’è stata questa vicenda molto, molto forte. E non è facile: sei in un posto in cui ti conoscono parzialmente, hai paura che ti giudichino in modo diverso. E invece qui non mi hanno mai giudicato ma sempre sopportato e aiutato. Non c’è mai stato un momento in cui abbia sentito dubbi su di me. Sono rimasto da consulente per rispetto di questo club che non aveva nulla a che fare con quanto successo. Alla fine della squalifica, ho ripreso il mio lavoro. Devo ringraziare tutti". Sul suo ruolo: "Ognuno di noi ha le sue caratteristiche. Io mi riconosco come una persona più di parte tecnica. Ma quando hai un ruolo così e un club ti mette a disposizione quella che si chiama ‘la potenza di fuoco’ fatta di salari, investimenti e ammortamenti, tu hai un numero e devi cercare di fare il meglio possibile con questo. Io faccio questo lavoro da 22 anni ma solo con tre club: sei anni alla Samp, 11 alla Juventus e 5 al Tottenham. E credo che meglio di chi lavora con te o dei tuoi proprietari, non ti possa giudicare nessuno. È l’unico giudizio che conta. Se vado a bussare alla porta del presidente per chiedere magari un aumento di budget a disposizione? No, non funziona così. Quando hai un tuo budget, cerchi di fare il massimo con quello che hai".

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"Le vittorie si dimenticano. Ho provato un dolore fisico"

Paratici è uno dei dirigenti italiani che ha vinto di più, sicuramente nell’ultimo periodo. 20 titoli (fra campionati e coppe) senza contare le finali disputate dalle sue squadre: "Se c’è una costante in questi lavori? Esiste un metodo? La prima cosa che posso dire è che tutto quello che si vince si dimentica velocemente, mentre tutto quello che non si vince ti rimane nella testa. Ed è così anche per me: mi rimane di più quello che ho perso, come le finali in Champions con la Juventus, o la Supercoppa con il Tottenham, o ancora la finale di Coppa Italia con la Sampdoria, che è stata la prima disputata da dirigente. Le ricordo veramente come un dolore fisico ancora adesso. Quando vinci, ti sembra tutto quasi normale. Penso alla Juve: il ripeterci per 9 anni di fila è difficile. Se fai 365 per 9 è un calcolo pazzesco: vuol dire che più o meno per 3500 giorni siamo stati primi in classifica. Per farlo, devi partire il lunedì a lavorare con una mentalità da vincente. Questa è stata una cosa incredibile che la gente che ha lavorato alla Juventus ha fatto. E che difficilmente sarà ripetibile".

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Il rapporto con gli allenatori e come si individua il talento

Da dove parte la ricerca di un calciatore per un grande club? Lo ha spiegato Paratici: "Quando devi costruire una squadra è molto difficile. Individuare un giocatore bravo è molto più facile. Quando devi costruirla unendo i diversi giocatori, i vari tasselli, perché funzionino insieme, è molto più difficile, molto più analitico: devi avere molto più talento. Io la definirei quasi un'arte il costruire la squadra: è come un grande chef che ha tanti ingredienti e che deve fare una grande cena. Quanto influisce nella costruzione il rapporto con l'allenatore? Tantissimo. Io credo ciecamente nel rapporto direttore-allenatore: tu da direttore devi quasi annullare le tue idee calcistiche, per sposare quelle dell’allenatore che hai. Il mio calcio, oggi, è quello di Thomas Frank”. Poi ha aggiunto: "Io ho sempre discusso molto di calcio con i miei allenatori e ho imparato moltissimo da loro: sono preparatissimi. Quando vai a fare una discussione con loro devi essere ferrato, o ti distruggono calcisticamente. I dirigenti devono supportarli in quello che pensano sia la cosa giusta per loro. Siamo lì per aiutarli, non per metterli in discussione. Se si dà troppa importanza al ruolo di dirigente? No, è un ruolo fondamentale, perché deve far sì che tutto funzioni bene. Deve mettere tutti nella migliore condizione possibile per performare ad alto livello".

Il modello Premier e come può crescere la Serie A

Il dirigente del Tottenham ha parlato della grandezza della Premier League: "L’approccio è totalmente differente: è un’istituzione, un brand globale pazzesco pari all’Nba. È vista in tutto il mondo, i diritti sono venduti ovunque tranne in quattro paesi. Questo fa sì che ci sia tutta una serie di cose che si possa prendere come esempio. Cose diverse da quelle che facciamo noi in Italia. Come si può migliorare il prodotto del calcio italiano? In Italia come prima cosa bisogna lavorare sulle infrastrutture: gli stadi e i centri sportivi sono fondamentali. Partiamo da questo e poi vediamo cosa succede". 

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"Come si risolleva la Juve? Mi fa arrabbiare". E su Spalletti

Poi il tema si è spostato di nuovo sulla Juve: "Per quale motivo la squadra non è riuscita a risollevarsi? Questa è una domanda che quando veniva fatta ai miei colleghi e io ero alla Juventus mi faceva arrabbiare, se rispondevano: come potevano loro rispondere a una domanda del genere se a volte nemmeno io sapevo quale fosse il problema? Io non mi sono mai permesso di dire a chi lavorava di dare consigli. Mi sentivo come sbagliato. Se mi convince Spalletti? Intanto voglio chiarire che sono molto legato a Igor Tudor. Mi spiace moltissimo, perché ha meritato questa chance dopo tante esperienze dure e sono dispiaciuto per come sia finita. Per lui e la Juventus. Luciano è un grandissimo allenatore, non devo essere io a dirlo. Gli auguro tutto il successo possibile".

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Dopo mesi lontano dai riflettori, Fabio Paratici è tornato a parlare. In un’intervista esclusiva concessa a Sky Sport, l’ex dirigente della Juventus e attuale ds del Tottenham ha affrontato con sincerità i temi più delicati della sua carriera recente: il ritorno dopo la squalifica di 30 mesi dell'inchiesta Prisma e delle plusvalenze, la scelta di patteggiare e il modo in cui ha vissuto i momenti più difficili legati all’indagine per falso in bilancio. Ma non solo: Paratici ha condiviso anche la sua visione di calcio, il rapporto con gli allenatori e le sfide professionali che lo hanno segnato nel percorso dentro e fuori dal campo. E poi ha analizzato anche il momento che sta vivendo ora la Vecchia Signora, con la panchina affidata a Spalletti.

Paratici e l'inchiesta Prisma alla Juve

Sulla vicenda giudiziaria dal punto sportivo e penale, Paratici è stato sincero: "Per il mio carattere, quando ho affrontato questa situazione avevo vergogna di difendermi. Perché ci si difende quando si fa qualcosa di male: io dentro di me ho sempre sentito che non avevo fatto nulla. Ho vissuto per 11 anni pensando 24 ore al giorno alla Juventus e a come fare il meglio possibile, in termini sportivi e di relazioni. Quindi addirittura percepivo quasi la vergogna di dover dire che non avevo fatto nulla di male". Poi ha aggiunto: "È stata una vicenda molto lunga. All’inizio ti senti spaesato, non capisci cosa sta succedendo perché non sei abituato: ti devi confrontare con argomenti mai affrontanti, con situazioni che non avresti mai pensato di dover affrontare. Alla fine, ti senti quasi migliorato come persona. Come dirigente hai l’opportunità di conoscere una vita che non conoscevi: ho visto giocare i miei figli, ho rinfrescato la mente studiando ancora meglio i settori giovanili. Nessuno ha mai spiegato che la Juventus, io e le persone coinvolte siamo stati condannati non per la valutazione ‘artificiale’ o distorta dei calciatori, ma per un principio contabile che non è mai stato utilizzato prima. E neanche dopo". 

 

 

"Accusa contabile? Non è corretto. Valutazione soggettiva"

Secondo l’accusa il principio era appunto ‘contabile’, cioè che portava Paratici e gli altri dirigenti della Juventus a colmare un determinato bisogno del bilancio con le plusvalenze dei giocatori: "Se è corretto? Questo non è assolutamente corretto perché non è mai stato oggetto di discussione. Se ne è parlato molto perché è la cosa più popolare: ci sono decine di criteri per cui la valutazione dei giocatori cambi. Altrimenti non staremmo a parlare di occasioni di mercato" Poi ha continuato: "Se esistono dei range per valutare un giocatore? Certo, un range logico ci deve essere per gli operatori di mercato. Ma poi si entra in una situazione di soggettività assoluta". Sul rapporto con la gente e i commenti: "Più che deluso, all’inizio sono stato sorpreso dal fatto che le persone che facevano il mio stesso lavoro commentassero le vicende senza sapere o sapendo poco o nulla. Quando non sei dentro, i commenti gratuiti sono sgradevoli: io non mi sarei mai permesso di farli. Io vivo la mia vita, vado avanti per la mia strada: la gente che lavora con me sa che sono una persona molto diretta, passionale ma anche molto leale".

 

 

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