"Il problema non sono i giovani, ma la formazione"
Cosa può imparare il calcio dalla pallanuoto? “Nel 2009 quando sono arrivato, si parlava di mancanza di giovani e tecnici, ma i numeri (circa 16.000 ragazzi) dimostravano che il problema non era la quantità, bensì la qualità della formazione. La vera responsabilità sta nella capacità di sviluppare giocatori: se non emergono 2-3 talenti l’anno, bisogna rivedere il proprio lavoro, non cercare alibi. Ogni sport ha adottato soluzioni diverse, dalla pallavolo al rugby, ma non esiste un modello unico: conta analizzare e migliorare dall’interno il sistema di crescita”.
La pallanuoto italiana di club è in buona salute: quanto questo aiuta la Nazionale e quanto invece aumenta le aspettative e la pressione? “La pallanuoto italiana non è realmente ‘in salute’ dal punto di vista economico: i club hanno budget limitati e molte difficoltà. Tuttavia, grazie alla forte passione e al lavoro di allenatori, dirigenti e giocatori, il livello resta alto e si continua a formare talenti utili alla Nazionale. Società come Recco, Brescia, Savona, Trieste e Ortigia sono esempi virtuosi. Più che creare pressioni, questa situazione mette in luce il valore dell’impegno del movimento: i risultati arrivano nonostante le difficoltà, rendendoli ancora più significativi”.
