Pagina 3 | Spalletti deluso dai big: Juve-Verona rimette in discussione tutti, da Cambiaso a Thuram. Occhio al mercato

Luciano Spalletti si è meritato la Juve almeno per i prossimi due anni. Per lo stato in cui l'ha presa e per la posizione in cui l'ha portata, a tre turni dalla fine. Con una rosa non costruita per il suo credo calcistico e con un mercato, quello di gennaio, che non ha potuto indirizzare come avrebbe voluto: Boga e Holm restano ottime intuizioni del club, ma è mancato il peso di un centravanti da servire dentro l'area. C'era Donyell Malen da prendere, servito su un piatto d'argento dall'Aston Villa: la Roma non se l'è fatto dire due volte, la Juve al contrario ha percorso altre piste (Mateta, En-Nesyri, passando dall'improbabile Icardi e dal miraggio Kolo Muani) senza arrivare al dunque. Contro il Verona, però, non serviva chissà quale cilindrata e i tre punti avrebbero garantito una Champions ancora nelle mani bianconere, invece l'ansia inevitabilmente crescerà, soprattutto se la Roma dovesse battere la Fiorentina stasera.

Bremer e la delusione contro il Verona

Intanto, chi ha deluso profondamente è Gleison Bremer: l'errore commesso nell'azione del gol di Bowie è, per uno che ha saputo pedalare fino a conquistare un posto nella rosa del Brasile che andrà ai Mondiali, imperdonabile. Alla vigilia della sfida contro il Milan era stato lui a gonfiare il petto: «Negli ultimi anni abbiamo galleggiato e non va bene, alla Juve sei un campione soltanto se alzi dei trofei». Dalle parole ai fatti qualcosa, però, si è inceppato sul più bello. E adesso il conto rischia di essere salato: l'attenuante di un complicato ritorno al top della forma dopo due anni resi accidentati dai guai al ginocchio regge fino ad un certo punto. Fino, cioè, alle disattenzioni figlie della sufficienza, come quella che ha propiziato il gol di Bowie. Ancora tre fatiche prima della fine del campionato, ma le riflessioni sul futuro di Bremer sono già iniziate. La Juve lo considera cedibile...

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DiGre ancora sul banco degli imputati

Normale, poi, che l'accento venga posto pure su Michele Di Gregorio, esageratamente statico sul gol del Verona. Non aveva più abbassato la guardia dopo il rientro tra i pali nel secondo tempo contro il Genoa. Il ritorno sul banco degli imputati, dopo un febbraio nero, impone dei ragionamenti sulla porta della prossima stagione. No, non è DiGre il problema di questa Juve, ma sicuramente anche da lui ci si aspettava di più. Bruttino pure il primo tempo di Khéphren Thuram: il fatto che non sia al meglio della condizione già da un mesetto è assodato, ma Spalletti pretende molto di più dal francese. Più lucidità e meno frenesia. Nei momenti decisivi, quando la squadra è chiamata a compiere un salto di qualità, il francese puntualmente si perde.

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Juve, da Cambiaso e Vlahovic a Miretti: le prestazioni

Quasi al pari di Andrea Cambiaso: il migliore dei peggiori di casa Juve, ma da un elemento così marcatamente spallettiano è lecito aspettarsi una cura maggiore di ogni singolo pallone che tocca. Il nodo Jonathan David, in fondo, è il solito di sempre: buon giocatore relazionale, in appoggio ai trequartisti e a una squadra che trova naturalezza nel gioco palla a terra, ma troppo spesso impalpabile negli ultimi sedici metri. Doveva trovare conforto grazie alla presenza di Vlahovic al suo fianco, invece è sparito: a livello mentale non dura più di un tempo, se va bene.

Negativo anche l'apporto della panchina. Koopmeiners e Boga possono aggrapparsi all'attenuante dei pochi minuti a disposizione, Miretti no. Impressionante la quantità di appoggi maldestri: quando cala il fiato, Spalletti è in imbarazzo ad affidarsi alle risorse della panchina. Scelte, sì, in estate. Da Damien Comolli, l'uomo sul quale convergono tutte le deleghe. Se il tecnico finora si è affidato con continuità a non più di 16 giocatori non è difficile comprenderne i motivi. Sbagliare un altro mercato, tra entrate e uscite, rappresenterebbe una picconata al progetto. Lucio, stavolta, non la lascerebbe passare in cavalleria. 

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Quasi al pari di Andrea Cambiaso: il migliore dei peggiori di casa Juve, ma da un elemento così marcatamente spallettiano è lecito aspettarsi una cura maggiore di ogni singolo pallone che tocca. Il nodo Jonathan David, in fondo, è il solito di sempre: buon giocatore relazionale, in appoggio ai trequartisti e a una squadra che trova naturalezza nel gioco palla a terra, ma troppo spesso impalpabile negli ultimi sedici metri. Doveva trovare conforto grazie alla presenza di Vlahovic al suo fianco, invece è sparito: a livello mentale non dura più di un tempo, se va bene.

Negativo anche l'apporto della panchina. Koopmeiners e Boga possono aggrapparsi all'attenuante dei pochi minuti a disposizione, Miretti no. Impressionante la quantità di appoggi maldestri: quando cala il fiato, Spalletti è in imbarazzo ad affidarsi alle risorse della panchina. Scelte, sì, in estate. Da Damien Comolli, l'uomo sul quale convergono tutte le deleghe. Se il tecnico finora si è affidato con continuità a non più di 16 giocatori non è difficile comprenderne i motivi. Sbagliare un altro mercato, tra entrate e uscite, rappresenterebbe una picconata al progetto. Lucio, stavolta, non la lascerebbe passare in cavalleria. 

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