Massimo Giletti, cos’è che non le torna sulle mosse della Juventus? “Voglio fare una premessa: la Juventus è la Juventus. Vuol dire Famiglia Agnelli. Investimenti di anni. Sostegno concreto. Siamo l’unico club in Italia e in Europa, in questo senso. Oggi però non possiamo fare finta di non vedere quanto stia accadendo: bisogna eliminare gli equivoci”.
A cosa si riferisce? “Non amo il linguaggio imposto dai social, che ha solo bisogno di un capro espiatorio, di un colpevole da mettere alla ghigliottina. Ma non c’è più tempo di ragionare, serve avere coraggio e fare una riflessione profonda. Se siamo in questa situazione è perché si è scelto un amministratore delegato come Comolli”.
Non le piace? “L’ad si vantava di scegliere i giocatori con gli algoritmi: non chiede nemmeno di incontrarli, di guardarli negli occhi. La forza della Juve è sempre stata scegliere prima l’uomo che il giocatore, quindi il colpevole vero credo sia lui. Mi spiace dirlo: se rimane Comolli con gli stessi poteri dell’anno scorso, butteremo via anche il 2026-2027”.
Quale sarebbe la soluzione? “Elkann ha avuto la capacità e il coraggio di innovare il sistema, proprio come aveva fatto Andrea Agnelli a suo tempo. La Juve ha sempre anticipato i problemi: pensi allo stadio, pensi alle infrastrutture. Oggi deve dare il potere a Spalletti: l’unico a poter fare un percorso come Ferguson. Guardiamo a quel che si fa in Inghilterra, diamo fiducia a Luciano. Affiancato da un totem come Giorgio Chiellini. È l’unico modo per salvare la Juventus: bisogna dirlo con coraggio e deve essere John Elkann a prendere questa decisione”.
Come avrebbe gestito la querelle Comolli-Spalletti? “Capisco bene quanto sia duro cambiare per l’ennesima volta la dirigenza, ma non c’era altra strada. Anche perché siamo di fronte a un precipizio di cui noi, esternamente, vediamo solo il riflesso sul mercato. Vado oltre al litigio negli spogliatoi dopo Torino-Juve: noi abbiamo un direttore d’orchestra che non è seguito dall’orchestra”.
