Accettare il disprezzo nell'epoca dei "like"
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La testa di Spalletti sembra un aeroporto. Uno di quelli importanti, uno snodo internazionale che collega il mondo: le idee decollano e atterrano, i pensieri viaggiano in continuazione, partendo e arrivano da ogni direzione. Il calcio è spesso la torre di controllo dei suoi ragionamenti, ma se è sicuramente al centro della sua vita, ma non è il centro della sua vita. Magari chi lo conosce a fondo, riesce a scindere l’allenatore dall’uomo, ma è accattivante anche prenderlo tutto insieme, passando da Yildiz alle vigne, dagli affetti più intimi alle grandi responsabilità di gestire la passione di milioni di persone e insieme i milioni di euro della passione di una famiglia. Non t’annoi mai e ti incuriosce sempre il suo punto di vista sul pallone. Perché ha una visione profonda, che parte da lontano e non solo per una questione meramente anagrafica. Poi si può essere d’accordo o meno con la sua visione delle cose, ma non gli riesce mai di essere banale.
Spalletti e la lezione sulla libertà dai giudizi
Nella società del “like”, la sua lezione sulla capacità di accettare il disprezzo altrui è di straordinaria modernità. Oltre che ai calciatori, andrebbe insegnata a quegli adolescenti schiavi dell’approvazione virtuale e disposti a tutto pur di ottenerla. «Se non si fa pace con l’idea che non si può piacere a tutti e se non si accetta il disprezzo altrui come parte della vita, non si sarà mai liberi di essere se stessi e di realizzare la propria vita senza condizionamenti». Con tanti saluti ai social, ai pollicioni, i follower e all’ansia da prestazione.
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