Il bicchiere mezzo pieno (o quasi)
Primo tempo buono, secondo mediocre. La Juventus divide tutto a metà: la partita contro il Lecce e il suo popolo, spaccato fra chi si prende i tre punti, i piccoli passi avanti, la prestazione da vero regista di Douglas Luiz, il risveglio di McKennie dopo qualche partita appannata e chi, invece, non riesce proprio a digerire la cronica lentezza della manovra, l’inquietante difficoltà a tirare in porta dei due attaccanti, la scarsa qualità di alcuni singoli. È così da un po’ di tempo e non è una cosa anomala. D’altronde dipende dai punti di vista: se si confronta la Juve di ieri pomeriggio con quella dei nove scudetti, l’unico sentimento possibile è lo sconforto, perché di questa rosa forse giusto Yildiz potrebbe frequentare lo spogliatoio del 2017 o del 2015; se si confronta la Juve di ieri con quella asfaltata dalla Lazio, allora si coglie qualche segnale confortante. Per esempio la capacità di gestire l’arrembaggio del Lecce nella ripresa, quando Di Francesco ha aggiustato il tiro rendendo più pericolosa la sua squadra.
Pesano gli infortuni, ma la Juve deve alzare l'asticella
La scorbutica solidità del 3-5-2 costringe la Juve a rinunciare ai giocatori più fantasiosi e, quindi, rende ancora più arruffata la fase offensiva, ma Spalletti in questo momento deve scollinare un momento difficile sotto il profilo mentale (con le prime crepe che si sono aperte per qualche risultato negativo di troppo) e un’emergenza quasi paradossale a livello infortuni, con un terzo della rosa fuori uso, compresi alcuni giocatori chiave. In queste circostanze si vince come si può, portando a casa i punti e continuando a lavorare per migliorarsi. Cosa, quest’ultima, che riesce sempre meglio dopo un successo. Gli stessi protagonisti bianconeri, da Lecce non hanno diffuso proclami, piuttosto buoni propositi, dal «dobbiamo migliorare» al «valiamo di più di così». Anche questo, a suo modo, è un buon segnale. Chiariamo subito, per evitare equivoci: la Juve ha bisogno di campioni, un bisogno disperato e urgente, perché senza quelli non bastano un allenatore fenomeno, dei dirigenti bravissimi o una mentalità micidiale, non vinci lo stesso. E no, questa non può essere considerata vera Juve se confrontata con quelle che hanno vinto qualcosa. Ma, in attesa che le prossime campagne acquisti innestino l’indispensabile talento e la necessaria personalità nella squadra, la Juventus deve trovare un po’ di consapevolezza di sé, ovvero alzare un centimetro alla volta l’asticella, possibilmente senza riabbassarla di brutto ogni tre o quattro partite. È un percorso lungo che può essere noioso, se non addirittura snervante. Ma non ci sono bacchette magiche (a parte quella delle esultanze di McKennie) e, anche se questa Juve non è proprio una zucca, è ancora piuttosto lontana dal sembrare un’elegante carrozza. Si dice che i pessimisti vedano il bicchiere mezzo vuoto e gli ottimisti lo vedano mezzo pieno. Ecco, quello della Juventus, al momento, forse non è ancora neanche a metà, ma non si può ignorare che qualcosa, lì dentro, c’è.
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