A chi giova affossare il calcio italiano?

"Ripartiamo da zero", si era detto per l'ennesima volta dopo la disfatta con la Bosnia. Ora si rischia di farlo davvero, ma per motivi burocratici

Guido VaciagoGuido Vaciago

Pubblicato il 24.09.2026, 09:04

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Eravamo tutti contriti e smaniosi di riformare, anzi ribaltare il calcio italiano nella notte di Bosnia-Italia. Era il 31 marzo, ve lo ricordate? E i giorni seguenti erano stati febbrili, si alzavano buoni propositi che manco a Capodanno e i volenterosi di tutte componenti la piramide del pallone italiota si stringevano a coorte per trovare un candidato che salvasse la baracca, evitando il commissariamento. L’autonomia del calcio era una bandiera che sventolava alta, il 22 giugno, quando l’assemblea aveva votato Giovanni Malagò con una maggioranza sfiorante il plebiscito. Sono passati tre mesi e il calcio italiano è di nuovo nelle condizioni di doversi difendersi da un commissariamento. E le prese di posizione di ieri, per quanto nette, sembrano meno bellicose, le fila un po’ meno compatte.

Un anno buttato via per colpa di un nodo burocratico

La battaglia è annunciata dopo le partite della Nazionale, vedremo come andrà a finire. Ma vale la pena tenere presente su cosa si sta discutendo: Malagò, al momento dell’elezione, non era tesserato della Figc. La quale cosa rappresenta, senza dubbio, una violazione. Ma un vizio formale può mandare all’aria la scelta del 68,5% del calcio italiano? Può una questione burocratica asfaltare di nuovo tutto e riportarci esattamente al punto in cui eravamo sei mesi fa? Almeno, allora, era stato il glaciale rigore di Alajbegovic a farci sprofondare, oggi è un cavillo che cancella gli ultimi sei mesi e, a occhio e croce, i prossimi sei.

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Un anno buttato via: proprio quello che serve a un movimento che necessita riforme urgenti, decisioni rapide e una governance che lo guidi con sicurezza fuori da un pantano dove rischia una lenta e inesorabile involuzione. Non sappiamo se Malagò sia l’unico uomo in grado di salvare il calcio italiano. Ma il calcio italiano lo ha scelto democraticamente e qualcosa deve pur contare. Un commissario può fare meglio? Anche questo non lo sappiamo, ma di sicuro non può e non deve nascere da un gioco di potere politico. Quelli ai quali interessa il bene del calcio italiano non sono interessati al nome di chi comanda, ma che si inizi, in fretta, a fare qualcosa di concreto. E questo balletto è una sicura perdita di tempo.