No a soluzioni semplici per problemi complessi
Cacciare Spalletti e prendere Conte è la mossa che molti considerano la cura di ogni male della Juventus. Può essere. Tuttavia, lasciatemi dire che è la classica risposta semplice a un problema complesso, brutta abitudine di un Paese che ormai va avanti a slogan semplicistici. E la Juve, in questo difficile passaggio storico, è un problema complesso, perché è un insieme di questioni che si intrecciano ai vari livelli del club. Da sei stagioni a oggi, si sono stratificati i problemi e, nelle ultime due, quelle precedenti all’arrivo di Carnevali e Massara, è stato accelerato il degrado della rosa e della società. Vale quindi la pena mettere ordine nei problemi della Juve.
La rosa
È indubbiamente uno dei punti deboli del club. E questo perché nelle ultime quattro campagne acquisti non è stato mai, dicasi m-a-i, ingaggiato un solo vero campione in qualsiasi ruolo. Oggi la rosa della Juve è costosa, ma non efficiente: ci sono giocatori non all’altezza del livello richiesto, giocatori che si incartano e, soprattutto, non ci sono uomini di grande personalità. Gli ultimi leader del ciclo vincente, si sono estinti e il carattere della squadra è stato azzerato. Alle prime difficoltà la squadra perde sicurezza, va in crisi, non reagisce. Inoltre ha una cronica mancanza di consapevolezza dei momenti cruciali, cioè delle partite da non sbagliare. È evidente che, al di là dei valori tecnici dei singoli, manca una spina dorsale di senatori, un gruppo intorno al quale far crescere la squadra. In panchina puoi metterci chiunque, ma se in campo non c’è chi sa guidare i compagni, sarà sempre altissimo il rischio di sbagliare strada.
La società
Dalla fine del ciclo di Andrea Agnelli, contrassegnato da un gruppo dirigenziale eccellente (prova ne è che quasi tutti oggi occupano posizioni importanti) e da una società dai meccanismi interni assai efficienti, si sono succedute tre dirigenze in quattro anni: Scanavino-Giuntoli, Comolli-Modesto e Carnevali-Massara. Tolta l’ultima, che è al governo da appena tre mesi, le due precedenti hanno via via smontato la macchina organizzativa di Agnelli, riducendo ai margini o mandando via figure, a volte invisibili ai tifosi, ma fondamentali al funzionamento della Juventus dei nove scudetti consecutivi. La pancia della società, il motore che gira sotto il cofano, è radicalmente cambiato e non sempre in meglio (anzi...), ma soprattutto quei meccanismi sono stati stravolti e oggi prevale una certa disorganizzazione interna, che non aiuta i processi tecnici. Ah, e indovinate dove sono andati molte di quelle figure “esonerate” negli ultimi anni? All’Inter di Marotta, che ne conosceva e apprezzava le qualità.
La comunicazione
È difficile comunicare dopo aver preso tre pere dalla Lazio allo Stadium al termine di una prestazione pietosa. E le dichiarazioni, per quanto brillanti, non fanno mai gol (anche se l’uscita di Bremer è stata una sciocca autorete). Detto ciò, la Juventus degli ultimi anni ha avuto un problema di rapporto con il suo popolo che ha faticato a trovare una figura di riferimento in campo, in panchina e in società. Un volto che potesse funzionare da garanzia e le cui parole potessero indicare una direzione per tutti, tifosi compresi. Non è un caso se sale la nostalgia di un Conte o il sogno di vedere Del Piero alla presidenza. Il tifoso juventino non riesce a riconoscersi in qualcuno e questo non aiuta nei momenti difficili. Potrebbe esserlo Chiellini, che però ha scelto una strada diversa, nell’ambito politico-istituzionale e non vuole fare invasioni di campo nell’area sportiva. Questo aggrava la sensazione di un club che non si difende e subisce ingiustizie e clamorose disparità di trattamento senza battere ciglio. La frustrazione di sentirsi abbandonati rende anche più amare le difficoltà tecniche, perché la gente bianconera ha la sensazione che l’orgoglio del club non sia venuto meno solo tra i giocatori che vestono la maglia, ma anche tra chi gestisce il club. Ogni tanto qualcuno dovrebbe battere un colpo.
L’allenatore
È indubbio, infine, che qualche responsabilità della crisi attuale ce l’abbia anche l’allenatore. E che Spalletti abbia commesso degli errori se la Juve si è così repentinamente involuta. Tanti sistemi di gioco cambiati e qualche equivoco nella gestioni degli attaccanti, per esempio. E se non sarà in grado di ottenere dei risultati nelle prossime settimane, sarà sicuramente a rischio, come pretendono le feroci leggi del calcio. Ma pensare che cambiare allenatore sia la soluzione di tutti i mali della Juve, significa ripetere per la quinta volta in pochi anni lo stesso errore. Di concentrare tutti i problemi in una sola persona e tutte le speranze in un’altra: per poi riscoprirsi allo stesso punto di prima in un incubo da “Giorno della Marmotta”. La Juve ha bisogno di un lavoro paziente, professionale e attento in tutti i suoi ambiti. È necessario ricostruire una squadra secondo criteri umani più juventini, riassestare la società, porsi in modo più convincente nei confronti dei tifosi. È necessario, cioè, ricreare un contesto vincente, nel quale tornare a essere Juventus.
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