Panatta, la dichiarazione d'impotenza di Alcaraz ed il nuovo coach
In effetti, Alcaraz ha dato alle stampe la sua seconda dichiarazione spontanea d’impotenza, dopo quella dell’anno scorso a Wimbledon… «L’ha detta vicino ai microfoni, e si è sentita. Quando il suo coach gli ha suggerito di avere pazienza e di attendere il momento giusto la risposta è stata, più o meno… “Sì, ma al momento giusto lui fa il punto, io no”. Hai ragione, ricorda quel “non capisco da che parte stia per tirare la palla” pronunciato a Wimbledon, nella finale di un anno fa».
È la prima volta che ti sento dare alla testa, cioè al tennis mentale, così tanta importanza. «Sì, ma non sono io. È lui che gliela dà, ed è evidente che ci ha lavorato così tanto da renderla uno strumento di effettiva distinzione dagli altri giocatori. Ha fatto un lavoro che tutto il tennis dice di fare, o di voler fare, ma lui si è spinto davvero avanti. È il suo merito. Secondo me, come testa è dieci anni avanti agli altri».
Ma a te convince questo cambio di coach che ha fatto Alcaraz? «Mica tanto, sai? Non so, non conosco bene Samuel Lopez, e non metto in dubbio le sue qualità. Dico solo che Alcaraz non mi sembra stia giocando un tennis diverso dallo scorso anno, come dire, non lo vedo migliorato né peggiorato. Ha giocato bene fino a Doha, anzi, lì ha giocato benissimo, e anche agli Australian Open. Ma non saprei dire se il successo che gli ha dato il Career Grand Slam non sia da attribuire alla preparazione fatta con Ferrero. Eppoi, i momenti di esaltazione ci sono sempre stati, così come quelli di ripiegamento, e se penso a Sinner posso ben ritenere che in queste ultime settimane abbia goduto di uno straordinario aumento di fiducia e di autostima, simile a quello che ha portato Alcaraz alla conquista di Melbourne. A conti fatti, però, si torna al punto. Quanto è migliorato Alcaraz? Secondo me, pochino».
