Giraudo, nessuno decide: è Farsopoli. E sull’Inter a tavolino stessa musica

L’ennesima beffa per chi cerca giustizia, perso nel purgatorio dell’incompetenza: nessuno ha il coraggio di revocare quello scudetto e neanche di dare torto all’ex dirigente Juve...
Giraudo, nessuno decide: è Farsopoli. E sull’Inter a tavolino stessa musica

Non danno né torto né ragione. È il purgatorio dell’incompetenza che si inghiotte Calciopoli e i suoi rivoli, vicende che hanno spaccato e continuano a spaccare il calcio italiano. Vicende nelle quali le granitiche certezze iniziali sono andate crepandosi nel corso degli anni. Ma chi, in quelle crepe, intravede la possibilità di avere giustizia non riceve risposta. Né torto, né ragione, in un labirinto di rinvii ad altre corti, di prescrizioni, di un sostanziale «non sono io che devo decidere». Così tutto rimane sospeso, come se il timore di spostare un solo mattone dell’impianto, che nel 2006 affossò la Juventus, e solo la Juventus, possa poi far crollare tutto l’edificio.

Il difetto di giurisdizione

L’ultimo a ricevere una non sentenza è stato Antonio Giraudo, che era ricorso presso il Tar del Lazio e l’altro ieri si è visto rispondere con la solita supercazzola. Questa volta è il «difetto di giurisdizione» il muro che respinge. Come dire: non è che lei abbia torto, dottor Giraudo, ma non è questa la sede, riprovi allo sportello laggiù (piccolo particolare, allo sportello laggiù, Giraudo c’era già stato. Ma non importa, ci ritorni lo stesso). Nessuno entra nel merito, tutti si limitano alla forma che, per carità, nel diritto può essere sostanza, ma quando, per dieci anni, non trovi la giurisdizione giusta, un piccolo sospetto ti sovviene.

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Come lo scudetto del 2006

Anche perché, in fondo, è la stessa storia dello scudetto del 2006, quello che la Juventus di Andrea Agnelli ha chiesto di togliere dall’albo d’oro dell’Inter, rivolgendosi all’inizio presso la Figc. Una vicenda iniziata dopo che il processo penale di Calciopoli aveva fatto emergere le intercettazioni che coinvolgevano i dirigenti e la proprietà dell’Inter. Materiale grazie al quale il procuratore Figc di allora, Stefano Palazzi, nel luglio del 2011, aveva prodotto la famigerata “relazione”, ovvero un documento nel quale lo stesso Palazzi accusava l’Inter di illecito sportivo, senza procedere però a nessun deferimento né processo, perché era intervenuta la prescrizione. La Juventus aveva, comunque, chiesto la revoca dello scudetto assegnato all’Inter nell’estate del 2006, in seguito ai processi sportivi di Calciopoli, ma l’allora Consiglio Federale, presieduto da Giancarlo Abete, dribblò la questione con una arzigogolata dichiarazione di incompetenza, quella che possiamo definire la madre di tutte le incompetenze. Perché, nonostante molti, anzi moltissimi, nutrissero qualche dubbio sull’assegnazione di quello scudetto, proprio alla luce delle prove emerse nel processo penale (pure i media più “amici”, per intendersi), nessuna istituzione sportiva e nessun tribunale amministrativo ha mai avuto il coraggio di dire che quello scudetto andava revocato. La vicenda si è chiusa ad agosto 2023, con il ricorso della Juventus respinto dal Consiglio di Stato, confermando quanto deciso dal Tar del Lazio nel 2022, ovvero che la questione non è, ovviamente, di loro competenza. Proprio come aveva fatto il Tnas e il collegio di Garanzia del Coni.

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Una questione mai risolta dopo il 2006

Insomma, nessuno ha mai dato ragione alla Juventus, ma nessuno ha mai neanche ipotizzato che avesse torto: sulla questione scudetto 2006 non si è espresso nessuno dopo Guido Rossi nel 2006. L’hanno schivata tutti. E il perché è comprensibile: dallo sfortunato tempismo per cui la Procura Federale analizza le telefonate dell’Inter quando ormai le violazioni sono prescritte in poi, il problema è sempre stato quello di stare alla larga dalle sentenze di Calciopoli del 2006, di non spostare nulla, di non toccare quanto era stato frettolosamente deciso allora. Che poi non si tratta di ribaltare tutto, ma di aggiustare qualcosa, anche alla luce di nuovi fatti emersi. Niente da fare, la linea è sempre quella: prendere tempo all’infinito, chissà, magari nella speranza che tutti si stanchino e quel tombino venga definitivamente piombato. Che poi basterebbe dire: no, guardate, avete torto, non è come dite, fatevene una ragione, è giusto quello che è stato sentenziato nel 2006, ma evidentemente nessuno se la sente, anche perché quelle telefonate le hanno sentite tutti e se Palazzi aveva ipotizzato l’illecito qualche ragione poteva avercela. O no?

Né torto, né ragione

E, così, leggendo il dispositivo del Tar che ha respinto il ricorso di Giraudo ci si perde nello stesso labirinto. L’ex amministratore delegato della Juventus, radiato nel processo sportivo di Calciopoli, si chiedeva se l’inappellabilità delle sentenze sportive (garantita da una legge dello Stato del 2003) non fosse in contrasto con quanto stabiliscono le leggi dell’Unione Europea e anche la recentissima sentenza della Corte di Giustizia Europea. Ma deve leggere una risposta che dice: sì, effettivamente, la «doglianza» non è campata in aria, ma non è questa la sede dove trattarla, bisogna farlo altrove, magari proprio presso la Corte di Giustizia Europea (che però non più tardi di tre mesi fa ha già spiegato che la vede sostanzialmente come il ricorso di Giraudo). Né torto, né ragione, così all’infinito.

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Non danno né torto né ragione. È il purgatorio dell’incompetenza che si inghiotte Calciopoli e i suoi rivoli, vicende che hanno spaccato e continuano a spaccare il calcio italiano. Vicende nelle quali le granitiche certezze iniziali sono andate crepandosi nel corso degli anni. Ma chi, in quelle crepe, intravede la possibilità di avere giustizia non riceve risposta. Né torto, né ragione, in un labirinto di rinvii ad altre corti, di prescrizioni, di un sostanziale «non sono io che devo decidere». Così tutto rimane sospeso, come se il timore di spostare un solo mattone dell’impianto, che nel 2006 affossò la Juventus, e solo la Juventus, possa poi far crollare tutto l’edificio.

Il difetto di giurisdizione

L’ultimo a ricevere una non sentenza è stato Antonio Giraudo, che era ricorso presso il Tar del Lazio e l’altro ieri si è visto rispondere con la solita supercazzola. Questa volta è il «difetto di giurisdizione» il muro che respinge. Come dire: non è che lei abbia torto, dottor Giraudo, ma non è questa la sede, riprovi allo sportello laggiù (piccolo particolare, allo sportello laggiù, Giraudo c’era già stato. Ma non importa, ci ritorni lo stesso). Nessuno entra nel merito, tutti si limitano alla forma che, per carità, nel diritto può essere sostanza, ma quando, per dieci anni, non trovi la giurisdizione giusta, un piccolo sospetto ti sovviene.

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