Pagina 3 | "Una fucilata nella notte e le scritte sullo specchio": Juve, Spalletti va "oltre la fine" 

È stata la giornata del rinnovo di Luciano Spalletti, una firma attesa, cercata e voluta. L'allenatore bianconero si è quindi raccontato sul canale del club bianconero, nel corso del programma Small Talk: "C'è da dire che è stato un rinnovo dove tutte le componenti hanno partecipato, perché è stato fondamentale conoscersi bene in questi 7 mesi. Mesi in cui abbiamo avuto la libertà di scegliere il nostro futuro, scegliere se era apprezzabile questo rapporto di lavoro. La parte tecnica dello staff, la dirigenza i calciatori, il pubblico: mi sembra che tutto abbia indicato che questa fosse la situazione più corretta. Ci sarà bisogno di tutti, poi le persone si misurano in base alle responsabilità che prendono".

Il momento più bello: "Abbiamo sentito lo stadio stringersi a noi"

Questi primi mesi sulla panchina bianconera hanno avuto alti e bassi, ma l'impressione è che Spalletti si trovasse al posto giusto: "È venuto fuori fin da subito, perchè c'era una disponibilità a lavorare. Il futuro è sempre stato progettato benissimo qui, si vedeva anche da fuori, ma è stata la parte operativa che ci ha convinto, vedere questa voglia di sacrificarsi e lavorare per creare sempre presupposti migliori e acchiappare più cose che ci potessero proiettare verso il futuro. Se devo andare a rivedere quello che mi è successo, il momento che più mi ha colpito è stato uno di grande amarezza, quando siamo usciti dalla Champions contro il Galatasaray e tutto lo stadio ci ha applaudito. Sembrava che volesse stringersi a noi perchè ci vedeva dispiaciuti. È stato il momento in cui ci siamo sentiti tutti figli della stessa mamma ed è stato bellissimo".

"Lo Stadium? Come andare a teatro"

Sull'emozione di entrare allo Stadium per la prima volta ha poi aggiunto: "Io sono stato poche volte a teatro ma quando sono entrato per la prima volta qui dentro ho avuto quelle sensazioni lì. È stato un po' come sentirsi al centro dell'attenzione dove tutti ti guardano, ti ascoltano, sono disponibili a vedere le scelte che farai. C'è stata anche un po' di emozione, non è solo entrare in uno stadio ma è come entrare in una storia. Poi se i tuoi musicisti suonano bene, allora lo stadio apprezza e partecipa ed è tutto più facile".

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Juventus come giovinezza: dal soprannome al latte e biscotti, alla scoperta di Lucio

Juventus significa giovinezza e quando Spalletti pensa alla sua infanzia non riesce a non pensare alla sua famiglia: "Ho avuto la possibilità di vivere in una famiglia bellissima dove ho voluto bene ai miei genitori, a mio fratello e vista la mia curiosità loro sono stati sono stati bravissimi poi a mettermi in condizione di crescere, di prendere sempre cose nuove, soprattutto mio fratello. Mi portava sempre con lui, mi insegnava sempre quello che poi avrei dovuto andare a sviluppare, le difficoltà che avrei incontrato nella crescita, nel lavoro, nella vita e questo mi ha creato un'apertura di enorme vantaggio". Il suo soprannome da piccolo era 'il morino': "Perchè avevo la carnagione un po' scura. Come Carlo Conti? Forse un po' meno. Però sì, mi avevano dato questo soprannome fino a che non sono diventato Lucio, per gli amici e per tutti. Io ero molto affezionato a mio papà e a mio fratello. Quando vado a casa io bisogna che ripassi dalla mia campagna, dai miei luoghi. Ogni volta che vado, risento l'odore di quando mio padre rientrava da lavoro, con la tuta sudata. Quelli sono odori e sensazioni bellissime".

E a proposito della sua Certaldo: "Io quando rivado in campagna vedo il rumore delle stagioni. Non lo sento, lo vedo proprio. Sento i versi dei miei animali, sento la bellezza della natura. Tutti possiamo essere padroni di un pezzo di terra, ma non saremo mai padroni della bellezza che c'è sopra. Dobbiamo obbligatoriamente averne cura e provare a farla essere ancora più bella". Un altro ricordo legato alla sua giovinezza riguarda sua nonna Pura: "Mi faceva sempre latte e biscotti dopo allenamento. Quelli sono marchi indelebili, tatuaggi sull'anima e sul cuore, che rimarranno per sempre. Sono cresciuto a latte e biscotti, mi piaceva andare a dormire con il pancino pieno e caldo. Anche quando andavo a dormire tardi, non sono mai stato un amante degli alcolici, trovare questa zuppetta bella calda… Andare a letto con quel sapore lì è stato un momento che mi sono portato dietro tutta la vita. Quando nonna scioglieva i suoi lunghi capelli era come vedere una fata. Sono tutte cose bellissime".

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Tra anarchia e allenamento

Nel corso di questa stagione Spalletti ha specificato più volte l'importanza dell'anarchia in campo, del caos organizzato: "I centrocampisti sono un po' avvantaggiati nell'apprendere notizie di quello che succede in difesa e in attacco. Devono avere un bagaglio più completo rispetto al Conceicao, a Yildiz o allo Zhegrova di turno che gli viene richiesta quella cosa lì. Il centrocampista deve saper fare un po' tutto, avere rapporto con lo sviluppo della partita. Oggi il calcio moderno ci dice che i centrocampisti sono quelli che se ne possono usare di più, dentro la partita e dentro la squadra perchè riescono a sistemare un po' tutto, riescono a percepire e avere l'idea di tutto quello che ci vuole in tutte le parti del campo. I giocatori devono avere la possibilità di esplorare cose diverso. Se sei organizzato è più facile che gli avversari ti capiscano, se crei un po' di disorganizzazione, li sorprendi e li metti in difficoltà".

In allenamento, però, Perin ha provato tante volte un lancio che poi in partita ha fatto alla perfezione per Conceicao. Anche l'allenamento, quindi, è importante: "Ci vuole anche autodisciplina, umiltà. La presunzione non è allenabile nel calcio. Ci vuole questa qualità di sentirsi sempre persone normali, avere curiosità e voglia di migliorare. Poi però la differenza la fa sempre la qualità dei calciatori. Se Perin non gliel'avesse messa con i giri contati e se Conceicao l'avesse controllata in maniera diversa, non potrebbe essere avvenuta".

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Spalletti commenta Spalletti, le frasi più famose

A questo punto l'intervistatore ha chiesto a Spalletti di commentare alcune delle sue frasi più epiche dette dal suo arrivo a Torino (e anche il discorso alla squadra dopo il rinnovo non è stato da meno), a partire da 'Ci vuole una fucilata nella notte': "Come mi vengono? Perchè l'ho sentito quando ero ragazzo, venivamo a contatto con queste cose, con gli animali, i fucili. Funziona in quella maniera lì, perchè le partite cambiano in un momento e sei tu a determinare quel momento. Tu devi essere bravo a riconoscere questi momenti e crearli. Sono questi colpi a sorpresa, cose che ti creano scompiglio e fanno la differenza. Le finestre che cambiano la partita durano pochi secondi e devi farti trovare pronto. Vivere tre fotogrammi prima fa la differenza. Si parla sempre di tattica ma poco di relazioni. Attraverso le relazioni si apre la mente, si creano dei comportamenti assieme. Se non c'è amicizia nella squadra diventa più difficile sviluppare il gioco. Verrebbe la voglia di essere 11 elementi forti, magari qualcuno viene trascinato nell'inganno del 'devo essere forte io', ma in realtà solo insieme possiamo essere più forti".

Nella conferenza stampa di presentazione, invece, ha detto 'Il rumore della palla che scorre sull'erba': "Ma il rumore della palla è come se si fosse in un film, ti crea il sottofondo della base musicale, e quando quella accelera, quando il rumore si incrementa, significa che è vicino l'episodio che può far cambiare la partita. La palla non mente mai. La palla non dice bugie, la palla racconta sempre chi sei. È come alzare il volume della voce sapendo quello che dici, il rumore della palla ti da quella confidenza che probabilmente crea delle emozioni. Attraverso quella qualità riesci a trovare più creatività per quelle soluzioni che possono cambiare la partita".

Prima della sfida contro lo Sporting ha modificato il famoso motto della Juve 'Fino alla fine? Io ci aggiungerei Oltre la fine': "Mi piace immaginare che non ci sia mai una fine, che ci sia sempre qualcosa che ci va al di là. Oltre la fine probabilmente ci sei tu, che ti porti dietro il tuo modo di reagire a tutto quello che ti è successo. Quando l'arbitro fischia la fine della partita, ne comincia un'altra. C'è sempre qualcosa da portare a disposizione della squadra per vincere le partite. Non mi piace questo fatto che tutto abbia un termine, niente ce l'ha se noi vogliamo dargli un seguito, un'altra vita".

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Il futuro della Juve: "Dobbiamo essere bravi a fare una cosa"

Sul futuro della Juve, Spalletti ha aggiunto: "Dobbiamo fare riferimento a quella che è la nostra storia, all'affetto di chi ci vuole bene. Vogliamo che loro siano orgogliosi del nostro impegno, di quello che andiamo a proporre. Dobbiamo combattere comunque, combattere sempre. Quando ti alzi la mattina, te lo devi scrivere sullo specchio. Perchè poi la vita ti mette davanti cose di continuo e tu le devi superare, oltrepassare, spostare. Per cui mi piacerebbe una squadra che combatte e si vuole bene, che sia piacevole da vedere e sentire. Perchè poi il nostro pubblico ha visto grandissimi campioni. Ci vuole un modo, una mentalità, che mette insieme un po' tutto".

"La storia di questa società mi dà fiducia - ha continuato -. La Juventus è un'identità, per cui bisogna essere bravi a esserne parte, a saper emozionare tutti i tifosi che ci seguono. Dobbiamo essere bravi ad assorbire la volontà dei nostri tifosi e riportarla sul campo attraverso le nostre scelte e giocate. È un compito difficile ma bisogna assumersi delle responsabilità e far vedere chi siamo. Le partite raccontano chi siamo veramente, come uomini e come sportivi". Per concludere, Spalletti ha mandato un messaggio al se stesso del primo giorno alla Juve: "Ne è valsa la pena".

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Tra anarchia e allenamento

Nel corso di questa stagione Spalletti ha specificato più volte l'importanza dell'anarchia in campo, del caos organizzato: "I centrocampisti sono un po' avvantaggiati nell'apprendere notizie di quello che succede in difesa e in attacco. Devono avere un bagaglio più completo rispetto al Conceicao, a Yildiz o allo Zhegrova di turno che gli viene richiesta quella cosa lì. Il centrocampista deve saper fare un po' tutto, avere rapporto con lo sviluppo della partita. Oggi il calcio moderno ci dice che i centrocampisti sono quelli che se ne possono usare di più, dentro la partita e dentro la squadra perchè riescono a sistemare un po' tutto, riescono a percepire e avere l'idea di tutto quello che ci vuole in tutte le parti del campo. I giocatori devono avere la possibilità di esplorare cose diverso. Se sei organizzato è più facile che gli avversari ti capiscano, se crei un po' di disorganizzazione, li sorprendi e li metti in difficoltà".

In allenamento, però, Perin ha provato tante volte un lancio che poi in partita ha fatto alla perfezione per Conceicao. Anche l'allenamento, quindi, è importante: "Ci vuole anche autodisciplina, umiltà. La presunzione non è allenabile nel calcio. Ci vuole questa qualità di sentirsi sempre persone normali, avere curiosità e voglia di migliorare. Poi però la differenza la fa sempre la qualità dei calciatori. Se Perin non gliel'avesse messa con i giri contati e se Conceicao l'avesse controllata in maniera diversa, non potrebbe essere avvenuta".

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