Pagina 2 | "Cosa voleva Agnelli. Addio Juve? Vi spiego", Marotta da Ronaldo a Paratici: “Era del Brindisi…”

Una lunga chiacchierata a cuore aperto. Così si potrebbe riassumere l'intervista fatta da Dazn al presidente dell'Inter Giuseppe Marotta, che ha parlato di tantissimi argomenti, dalla vittoria dello Scudetto nerazzurro fino all'addio alla Juve. "Il primo Scudetto da presidente è un'emozione grandissima da interista - ha detto -, ma soprattutto di un ragazzo che aveva questo sogno. Non avrei mai immaginato di riuscirci, è il bello della vita. Dietro ogni coppa c'è sicuramente tanto sudore da parte di chi ha dato il minimo e il massimo contributo per il raggiungimento di questo obiettivo, che è assolutamente meritato. Il successo dura un attimo? I sogni si realizzano, poi bisogna avere la capacità immediatamente di crearne dei nuovi, soprattutto nell'ambito europeo abbiamo qualcosa che vorremmo raggiungere l'anno prossimo. Non bisogna essere arroganti, ma ambiziosi e alzare l'asticella, cosa che abbiamo fatto in questi anni e faremo anche l'anno prossimo".

Tra mercato e rinnovi

Ora bisognerà pensare subito ai prossimi obiettivi da raggiungere, a partire dal mercato: "La squadra di per sé ha uno scheletro ben preciso fatto di giocatori che sono qua da alcuni anni e mi riferisco a Barella, Bastoni, Lautaro, che rappresentano anche gli altri. Abbiamo creato questo zoccolo duro di italiani che serve anche a far entrare in chi arriva la cultura della vittoria. Oggi è importante trasmetterla a chi non ha esperienza". E sul rinnovo di Chivu: "È un atto formale, non è l'aspetto prioritario rispetto al programma che ci attende. Ha un contratto, lo allungheremo perché è giusto farlo, ha dimostrato di essere uno degli allenatori emergenti ed è giusto che abbia una gratificazione, non solo nell'allungamento, ma anche nella rivisitazione dell'aspetto economico".

Chivu e il rischio calcolato

E a proposito di Chivu, puntare su di lui è stato visto da molti come un rischio: "Il sinonimo di rischio è coraggio, rischiare è obbligatorio in chi ha una leadership di gruppo, in chi ha personalità. La politica del cambiamento mi è stata insegnata da Marchionne, che mi ha fatto capire che va fatto velocemente quando riconosci che non ci sono più clima e presupposti per raggiungere certi obiettivi. È un po' quello che ho attuato quando sono arrivato all'Inter. Spalletti era ed è un grandissimo allenatore, massimo rispetto, lo ha dimostrato, è un ragazzo molto a posto, ma probabilmente faceva parte di un passato a cui si doveva dare una svolta ed è partita dal cambio di allenatore. Su Chivu tanti critici, e l'Italia è piena, dicono che se va bene è fortunato. In realtà abbiamo deciso di puntare su di lui con coraggio, ma non a caso, con grandissima consapevolezza. Avevamo fatto un'analisi di una persona che era stato capitano dell'Ajax, aveva vinto il Triplete con l'Inter, aveva iniziato e vinto da allenatore con le giovanili dell'Inter, aveva fatto una breve esperienza con il Parma... Queste cose non facevano altro che dirci che era il profilo per noi. Se la società lo supporta standogli vicino... A lui mancava solo l'esperienza, oggi è già diventato molto più bravo, poi la proprietà ha grande stima in lui e si è fidata di noi".

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Dagli inizi nel mondo del calcio fino alle "bugie bianche"

Sugli esordi nel mondo del calcio ha aggiunto: "Da piccolo abitavo vicino allo stadio del Varese e andavo a vedere gli allenamenti. Il primo ricordo è di quando aiutavo il magazziniere, che in una squadra di calcio è un ruolo molto importante, di potere. Dentro quegli spogliatoi c'erano dei giocatori che erano sogni proibiti. Cosa c'è oggi di quello che era da bambino in lei? La purezza nel vivere emozioni che ti fanno gioire e rattristare. La gioia nasce da risultati sportivi e conoscenze, la parte infelice invece dalla fiducia che riponi e non viene ripagata. Le ferite si sono rimarginate, ho una corazza che mi preserva da situazioni non gradite". Ma con il tempo il calcio ha cambiato Marotta: "È uno sport che è una grande palestra di vita e soprattutto si pratica in squadra. Questo ti accomuna, ti fa superare le difficoltà insieme e ti aiuta a superare i problemi della vita. Obbligherei tutti a fare una pratica sportiva, indispensabile per la crescita etica".

Da piccolo un altro sogno era quello di fare il giornalista: "Nel cassetto quello del giornalista era il secondo sogno, ma avevo una passione per le telecronache e radiocronache. In quegli anni la radiolina mi accompagnava nelle emozioni di quel calcio romantico che non c'è più. Mi firmavo GM, facevo una rubrica che veniva pubblicata il lunedì con un'analisi delle partite della domenica". Uno dei suoi soprannomi è Kissinger, come il famoso segretario di stato americano: "Mi è stato affibbiato da un mio presidente quando ero molto giovane. Era una persona di grandissima cultura e aveva apprezzato molto Kissinger e me l'ha trasmesso. Una delle mie qualità è essere diplomatico, di essere mediatore sempre delle difficoltà. Credo sia una delle mie più belle caratteristiche e quindi essere paragonato a lui… è stato un punto di riferimento. Come mi chiamano all'Inter? 'Dire', perché ho impiegato una vita per diventare direttore, per essere presidente invece è bastata una firma e un atto di fiducia della proprietà". Quello del calcio è un mondo complesso, ci sono verità che non si possono rivelare? "Credo sia così nella vita in generale - ha detto -, ma è chiaro che esistano le bugie bianche, che utilizzi per non rovinare qualcosa. Quando entri in questo mondo vieni coinvolto in un vortice, devi curare i dettagli e i particolari per vincere". Poi sul rapporto con le polemiche: "Sono abituato a farmi scivolare addosso i giudizi lesivi e le critiche. Negli ultimi anni ho conquistato tanti trofei e così è subentrato un altro status dell'Italia, l'invidia: quando una persona si erge un pochino a qualcosa di diverso, immediatamente riceve una valanga di insulti, soprattutto nel mondo digitale, dove ci sono i famosi leoni da tastiera". 

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Analogie e differenze tra Inter e Juve: "Noi non ci nascondiamo". Ma il capolavoro è un altro

Sulle differenze tra Inter e Juve ha aggiunto: "La Juventus aveva una proprietà che si sussegue nel tempo, nell'Inter purtroppo questo non è accaduto e questo comporta avere più difficoltà. Entrambe sono grandi società e sono la storia vera del calcio italiano, sono molto, molto orgoglioso di essere nell'Inter. Vincere da favoriti è più bello? Sottolineo come, e lo dico un po' quasi polemicamente, soprattutto quest'anno, tutte le squadre che gareggiano con noi si nascondano dietro 'l'importante è arrivare in Champions'. Ma bisogna avere il coraggio anche… Ci sono società che dicono: 'Noi dobbiamo vincere'. L'Inter dice che deve cercare di vincere e arrivare in alto, se non ci arriva perché gli altri sono migliori, tanto di cappello".

Nel corso degli anni Marotta si è confermato come uno dei dirigenti più bravi in Italia: "Ho iniziato facendo di tutto, il calciomercato lo conosco bene, mi sono dedicato alla gestione totale della società e quindi mi sento un dirigente sportivo completo. Credo che l'ad non debba essere improvvisato, la competenza la costruisci quando hai una particolare esperienza nel settore in cui lavori. Il mio compito è coordinare diverse aree e prendere scelte, che è complicato, e tirare fuori il massimo dai colleghi. Capolavoro della mia carriera? Quando ero alla Sampdoria, che rischiava in Serie C, l'ho portata dopo 9 anni al quarto posto. Qualcosa di incredibile. Mi rattrista vedere una Sampdoria così conciata, la gente meriterebbe una squadra di vertice. Lo stadio è bellissimo, la città è bellissima e rispettosa, si giocano i derby in cui l'antagonismo non esiste, è qualcosa di unico. Auspico che possa tornare in fretta in Serie A".

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L'addio alla Juventus: tutta colpa di Ronaldo? E sul rapporto con Paratici...

Marotta ha poi ripercorso il suo addio alla Juve: "C'è stato il fatto e la consapevolezza che proprietà e presidente volevano dare un cambiamento alla struttura manageriale, ringiovanendola e cercando, lo stesso Andrea che nel corso degli anni ha acquisito esperienza, di voler recitare un ruolo da protagonista. Quando la proprietà rivendica un ruolo importante il manager fa un passo indietro. In quel caso le nostre strade si sono divise. Colpa di Ronaldo? Leggenda metropolitana, non era un'operazione che condividevo al massimo ma in un modo spontaneo e di confronto con presidente e proprietà. Non era causa di litigio. Ritenevo che Ronaldo era un'operazione troppo grande per noi, ma fa parte del rispetto dei ruoli. Il Presidente ha fatto la sua scelta e mi sono accodato. Addio? Ricordo benissimo il giorno in cui l'ho annunciato. Era un giorno di tristezza, in un flash rivedevi 8 anni bellissimi. Ma io mi sento fortunato e coraggioso e ho pensato che quando si chiude una porta, si apre un portone. E nel giro di 24 ore, che è una cosa incredibile, si è aperto un portone. È arrivata la chiamata di Zhang, che talmente non me lo aspettavo che non lo avevo neanche sul cellulare. Non ero sicuro fosse lui, pensavo fosse uno scherzo. Chiesi a Cairo se il numero fosse suo… Quando ci fu la conferma che quello fosse davvero lui, l'ho richiamato".

Il rapporto con Paratici: "Probabilmente avevo aspettative diverse per lui"

Il presidente dell'Inter ha poi parlato del suo rapporto con l'ex Juve Paratici: "È un caro ragazzo, una persona che come me ha grande passione verso questo mondo e questo calcio. Ognuno dai propri amici e dai propri collaboratori ha delle aspettative, probabilmente ero io che avevo messo aspettative diverse su di lui, non si sono realizzate, ma non ho niente da rimproverargli. Ha deciso di prendere la sua strada, va bene, non ho assolutamente astio, spero che possa con l'esperienza vissuta dare un contributo a questo movimento, soprattutto al mondo italiano, che ne ha molto bisogno. Deve la sua carriera a me? Chiaro che per Paratici la circostanza favorevole di avermi incontrato è stata fondamentale. Quando lo presi a fare l'osservatore della Sampdoria era un giocatore del Brindisi, non è che arrivava da un'esperienza… E lo presi dopo che avevamo già vinto la Serie B, poi è cresciuto perché è appassionato, competente e molto bravo". Poi sui suoi amici nel mondo del calcio: "Ho due grandi amici, che sono Ariedo Braida, che ha fatto tantissimo nel calcio con il Milan, e Giovanni Carnevali, che è stato amico mio fuori dal campo che ho tirato dentro e ho fatto diventare dirigente. E poi ho un rapporto con Galliani, che stimo molto e che è stato un punto di riferimento per tante cose e lo ritengo il miglior dirigente calcistico vivente".

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E dopo l'Inter? Tra futuro e consigli per la Nazionale

Il presidente nerazzurro ha parlato anche del suo futuro: "Intanto mi vivo questa bellissima realtà, ringrazio Oaktree, ci stiamo togliendo delle bellissime soddisfazioni. Quando sarà chiuso il capitolo di dirigente, vorrei rimanere nello sport perché mi sento anche quasi per un debito di riconoscenza nei confronti del prossimo di dover dare la mia esperienza e quello che ho ricevuto, che è tanto. È giusto, magari in un ruolo tecnico, mi sento di farlo nei confronti dei giovani soprattutto, devono essere accompagnati, dobbiamo essere bravi nel fargli prendere la strada giusta. C'è talmente tanto bisogno".

E ad aver bisogno della sua esperienza sarebbe anche la Nazionale: "Siamo davanti a una dispersione del talento e non per colpa di Gravina, Tavecchio o Abete, ma perché è cambiata la vita e i ragazzini di 12 anni hanno un amore morboso per l'iPad e i cellulari e sono attratti da tante altre cose. Prima non esistevano questi strumenti, tutti andavano a giocare nelle strade, oggi non succede più. Il calcio deve essere riportato obbligatoriamente nelle scuole e deve esserci una competenza maggiore nella FIGC nell'ambito dell'allenatore inteso come maestro. Rapporto con Gravina? Ottimo e non lo incolpo di nulla, se non per il fatto che il ruolo del presidente viene giudicato per il risultato sportiva. Io posso giudicarlo per quello che ha fatto da dirigente, ma la parte sportiva è questa, è dal 2006 che c'è stato un calo netto dei valori, il prodotto è questo qua, puoi cambiare presidenti o allenatori, dobbiamo migliorarlo e non ci vuole certo un anno, minimo, minimo 4-5 anni".

Malagò è l'uomo giusto per la FIGC? Marotta non ha dubbi: "La Serie A si è espressa in questo modo. Prima dell'uomo, ritengo prioritario quello che può essere il ruolo della Serie A, che è la locomotiva del calcio e deve essere ascoltata in modo maggiore. Voglio che non ci sia una contrapposizione forte con il mondo della politica, ma ci sia di pari passo un cammino che ci porti ad affrontare la strada migliore per valorizzare questo asset patrimoniale che ha la nostra Italia. Spesso c'è questa conflittualità, questa facilità di giudizio negativo nel mondo del calcio. Abbiamo la maggior parte delle proprietà che sono stranieri, è finito il ciclo dei mecenati italiani, il modo di gestire le squadre con imprenditoria locale. Menomale che ci sono le proprietà straniere, immaginate che cosa sarebbe successo a Milano se non fossero intervenute. L'Inter ha vinto di più del Milan, ma anche loro hanno vinto uno Scudetto. Grazie alle proprietà straniere, dobbiamo prenderci per mano con la politica, che ha un ruolo importante".

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Caso Bastoni: "Lo avrei difeso anche se non fosse stato un giocatore dell'Inter"

Un altro protagonista di questa stagione è stato Bastoni, finito nel mirino delle critiche dopo il rosso di Kalulu: "Lo avrei difeso anche se non fosse stato un giocatore dell'Inter. Assolutamente, lo farei sempre. Va giudicato dalle persone che lo conoscono, quando non si conosce qualcuno non si può esprimere un giudizio. Siccome io lo conosco bene, ritengo che non sia solo un bravo calciatore, ma anche un bravissimo ragazzo. Cosa ha commesso? Niente di grave. Un gesto che nella mia storia calcistica ho visto 40 anni fa e l'ho rivisto oggi. L'enfasi mediatica è incredibile, prima non c'era. Ha commesso un errore, ma dettato più dall'istinto che dalla razionalità. Davanti a un errore uno deve dirgli di non farlo più, cerca di crescere, lui per primo lo ha capito… Ma non può essere messo alla berlina dalla gente, questo linciaggio morale che lo ha accompagnato, disconoscendo quello che lui rappresenta, ovvero un patrimonio dell'Inter, ma soprattutto del calcio italiano. Perché fare questa forma di autolesionismo, quando abbiamo a che fare con un giocatore che degnamente indossa la maglia azzurra". Ora Bastoni rimarrà all'Inter? "Io penso di sì - ha rivelato Marotta -. Come principio non siamo dei venditori, se un giocatore va via è perché ha espresso la volontà di andare via e lui assolutamente non l'ha espressa, è contento di stare con noi e non abbiamo la necessità di doverlo cedere. Penso che starà con noi ancora".

Tra finali perse e il sogno: Marotta e la Champions

Sul suo rapporto con la Champions: "Nel 2012/13 quando ho sentito la musica della Champions per la prima volta, ero alla Juventus, un po' ho pianto. Per me è un sogno, principalmente per rispetto degli avversari, ma è un obiettivo come manager. L'anno prossimo ripartiamo con la stessa volontà di questi anni, siamo arrivati due volte in finale, vorremmo arrivarci la terza, spero che mi regalino questo trofeo, ho perso 4 finali… L'augurio è vincerlo prima di andare in pensione". Quest'anno il percorso nerazzurro si è fermato contro il Bodo: "Il Bodo/Glimt è una realtà norvegese, particolarissima. In sostanza non esiste il campionato nazionale, quindi loro si sono fermati, hanno fatto la loro preparazione a Marbella, giocano in uno stadio e in un campo che è al limite della praticabilità. Bisogna capirlo, è come giocare sul pavimento, è come giocare il calcio a 8... Abbiamo sbagliato quella partita e il ritorno è figlio dell'andata, di conseguenza non abbiamo superato il turno, che forse poteva essere alla nostra portata. Merito anche ai giocatori del Bodo però, che hanno giocato meglio di noi".

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I retroscena di Lukaku, Inzaghi, Conte e Allegri

Lukaku sta ora vivendo a Napoli una situazione simile a quella che aveva vissuto all'Inter: "Dispiace vederlo così, lo abbiamo perso di vista. Evidentemente è nelle sue caratteristiche, nel suo carattere… Anche noi abbiamo vissuto un momento in cui ci aveva promesso che tornava e poi non è più tornato. Questo fa parte dei limiti di un essere umano, uno poi può decidere se sposarsi con lui o no".

E a proposito di Napoli, impossibile non parlare di Conte: "È il bello del calcio, lui ha il suo DNA ed è completamente diverso da Spalletti, Inzaghi, Chivu. Lui è catalogato tra quelli che fanno della sua forte motivazione uno degli elementi più importanti. Lui non dico sia il più furbo, ma è molto intuitivo. Sa dosare bene le parole e sa alzare la voce al momento giuste. Le comunicazioni con lui erano faticose, nel mondo del lavoro siamo così, poi fuori dal campo si è più rilassati".

Mentre sulla fine del rapporto con Inzaghi ha detto: "Dopo la finale di Monaco, praticamente 2 giorni dopo, fu sancita la risoluzione consensuale. Non potevamo intervenire prima perché c'erano di mezzo tanti traguardi e generalmente non è opportuno affrontare certe tematiche, a meno che non fosse venuto lo stesso allenatore da noi a comunicarci che se ne sarebbe andato. Ciò non è avvenuto, quindi c'era ancora questo alone di speranza che potesse rimanere. Ma dovete darci atto che immediatamente il lunedì, preso atto della situazione, abbiamo virato su una scelta, che si sta rivelando comunque molto positiva".

Per concludere un retroscena su Allegri e l'Inter: "Quando si finisce un contratto con un allenatore, è giusto sentire anche altre realtà. Quando prendemmo Inzaghi, non nascondo che ci siamo incontrati con Allegri, ma lui aveva già speso più di una parola con la Juventus, dopo aver rifiutato il Real Madrid. Quella discussione è servita anche per capire che non ci conciliavamo per i programmi, lui giustamente li richiedeva più ambiziosi, noi in quel momento non potevamo garantirli. Il discorso si è chiuso velocemente, ma era già l'allenatore della Juventus praticamente".

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Dagli inizi nel mondo del calcio fino alle "bugie bianche"

Sugli esordi nel mondo del calcio ha aggiunto: "Da piccolo abitavo vicino allo stadio del Varese e andavo a vedere gli allenamenti. Il primo ricordo è di quando aiutavo il magazziniere, che in una squadra di calcio è un ruolo molto importante, di potere. Dentro quegli spogliatoi c'erano dei giocatori che erano sogni proibiti. Cosa c'è oggi di quello che era da bambino in lei? La purezza nel vivere emozioni che ti fanno gioire e rattristare. La gioia nasce da risultati sportivi e conoscenze, la parte infelice invece dalla fiducia che riponi e non viene ripagata. Le ferite si sono rimarginate, ho una corazza che mi preserva da situazioni non gradite". Ma con il tempo il calcio ha cambiato Marotta: "È uno sport che è una grande palestra di vita e soprattutto si pratica in squadra. Questo ti accomuna, ti fa superare le difficoltà insieme e ti aiuta a superare i problemi della vita. Obbligherei tutti a fare una pratica sportiva, indispensabile per la crescita etica".

Da piccolo un altro sogno era quello di fare il giornalista: "Nel cassetto quello del giornalista era il secondo sogno, ma avevo una passione per le telecronache e radiocronache. In quegli anni la radiolina mi accompagnava nelle emozioni di quel calcio romantico che non c'è più. Mi firmavo GM, facevo una rubrica che veniva pubblicata il lunedì con un'analisi delle partite della domenica". Uno dei suoi soprannomi è Kissinger, come il famoso segretario di stato americano: "Mi è stato affibbiato da un mio presidente quando ero molto giovane. Era una persona di grandissima cultura e aveva apprezzato molto Kissinger e me l'ha trasmesso. Una delle mie qualità è essere diplomatico, di essere mediatore sempre delle difficoltà. Credo sia una delle mie più belle caratteristiche e quindi essere paragonato a lui… è stato un punto di riferimento. Come mi chiamano all'Inter? 'Dire', perché ho impiegato una vita per diventare direttore, per essere presidente invece è bastata una firma e un atto di fiducia della proprietà". Quello del calcio è un mondo complesso, ci sono verità che non si possono rivelare? "Credo sia così nella vita in generale - ha detto -, ma è chiaro che esistano le bugie bianche, che utilizzi per non rovinare qualcosa. Quando entri in questo mondo vieni coinvolto in un vortice, devi curare i dettagli e i particolari per vincere". Poi sul rapporto con le polemiche: "Sono abituato a farmi scivolare addosso i giudizi lesivi e le critiche. Negli ultimi anni ho conquistato tanti trofei e così è subentrato un altro status dell'Italia, l'invidia: quando una persona si erge un pochino a qualcosa di diverso, immediatamente riceve una valanga di insulti, soprattutto nel mondo digitale, dove ci sono i famosi leoni da tastiera". 

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